73 episodi, VI stagioni, 2013-2018, Usa
di Beau Willimon
adattamento miniserie BBC, basata sul romanzo di Michael Dobbs
Netflix
Un palmares con numeri incredibili, House of Cards. 33 nomination – tra cui “Migliore serie drammatica”, “Migliore attore protagonista” per Kevin Spacey, “Miglior attrice protagonista” per Robin Wright e “Miglior regia in una serie drammatica” per David Fincher – più le 8 nomination ai Golden Globe, tra cui uno vinto nel 2014 da Robin Wright “Miglior attrice in una serie televisiva drammatica” e un altro vinto nel 2015 da Kevin Spacey come “Miglior attore in una serie televisiva drammatica”.
Basterebbe questo per guardare, se già non lo si è fatto, House of Cards.
Ma ci sono tanti, tantissimi altri ottimi motivi. Arrivando alla stagione finale, in cui le vicende che hanno coinvolto Spacey in accuse di molestie sessuali hanno costretto a far morire il suo riuscitissimo personaggio e lasciare il testimone alla pur molto brava Wright.

Frank Underwood (Kevin Spacey), politico americano di spietato pragmatismo, aduso alla manipolazione, al tradimento e attratto dal potere in quanto tale si muove nella Casa Bianca con la sicurezza di chi sa cosa vuole. E soprattutto sa come raggiungerlo.
Spesso rompe la parete della quarta dimensione e si rivolge direttamente allo spettatore, commentando quello che è appena successo o che sta per accadere. Accanto a lui la moglie Clare (Robin Wright, appunto), perfetta moglie immorale, fredda, arrivista – e ricca – per scalare le istituzioni e arrivare al piano più alto: quello della Presidenza Usa.
Nulla da raccontare: tutto da guardare. Anzi, da studiare: se non fosse una perfetta serie tv, una di quelle che vanno viste e riviste, House of Cards potrebbe essere il manuale perfetto della politica e delle schermaglie per arrivare ai vertici del potere. Oltre che una fotografia dei tempi che sono e che verranno.



