59 episodi, V stagioni, 2015 – in corso, Israele
di e con Lior Raz e Avi Issacharoff con Itzik Cohen, Hisham Suliman, Tsahi Halevi, Rona-Lee Shimon, Tomer Kapon
Netflix
Fauda in arabo significa caos. Guardare Fauda oggi, dopo il 7 ottobre 2023, è un’esperienza diversa da quella di chiunque l’abbia vista prima di quella data. La quinta stagione, già confermata, includerà quegli eventi: una scelta che porta un peso enorme, che nessuna serie di fiction ha ancora affrontato. Ma intanto le prime quattro. Da vedere, assolutamente.

Iniziando dalla prima domanda che Fauda non fa mai direttamente, ma che percorre ogni episodio come una corrente sotterranea. Domanda obbligata: è possibile raccontare una guerra da dentro senza prendere posizione? La risposta onesta è no. Ma il modo in cui Lior Raz e Avi Issacharoff gestiscono questa impossibilità è esattamente ciò che rende la serie interessante.
Il punto di vista è israeliano. E la serie non fa nulla per nasconderlo.
Non potrebbe essere altrimenti: Raz è un ex agente dei Mista’arvim, le unità speciali addestrate a vivere sotto copertura nelle comunità palestinesi, e ha scritto questa storia dalla propria esperienza diretta. Eppure Fauda è stata la serie più vista in Libano nel 2020, la terza negli Emirati Arabi.
Quello che la serie fa meglio è costruire antagonisti che non si lasciano ridurre a simboli. Chi si aspetta terroristi di cartone troverà invece personaggi con famiglie, paure, ragioni proprie, traiettorie umane che la violenza ha piegato ma non cancellato. Non è imparzialità, perché l’imparzialità non esiste in un conflitto così. È disponibilità a guardare l’altro senza smettere di stare dalla propria parte.
Doron Kavilio, il protagonista, è costruito in modo speculare. Non è un eroe. È un uomo che torna sempre in azione perché non sa fare altro, che lascia dietro di sé una scia di conseguenze di cui è parzialmente responsabile e che non riesce mai ad affrontare fino in fondo. Questa zona grigia è la vera forza della serie: nessuno, da nessun lato, ne esce pulito.
Sul piano della qualità, stagione per stagione, il percorso non è uniforme. Le prime due hanno qualche ingenuità di sceneggiatura, compensata da un ritmo che non dà tregua. La terza è la più riuscita tematicamente: costruisce un antagonista palestinese che diventa tale per una catena di eventi che la stessa intelligence israeliana ha contribuito a innescare, e lo fa senza semplificazioni. La quarta allarga la geografia fino a Bruxelles e al Libano, è la più ambiziosa, ma anche quella che fatica di più a tenere insieme tutti i fili.
La regia è volutamente spoglia: camera a mano, location reali, luce naturale. Nessun artificio visivo che faccia sembrare la guerra più bella di quello che è. È una scelta estetica e politica insieme, e funziona.
Le critiche ricevute dalla serie, soprattutto dal mondo arabo, riguardano il rischio di presentare come simmetriche situazioni che simmetriche non sono: occupazione da una parte, resistenza armata dall’altra non sono la stessa cosa. Fauda non risolve il conflitto israelo-palestinese e non ci prova nemmeno. Mostra cosa significa viverci dentro, dalla prospettiva di chi quella vita l’ha vissuta davvero. Per uno spettatore occidentale abituato a guardare quel conflitto da lontano, attraverso le sintesi dei telegiornali, è già molto.



