Adolescence

4 episodi, miniserie, 2025, Regno Unito
di Jack Thorne, Stephen Graham

Netflix

Impossibile non vederlo, Adolescence. Non solo perché se ne parla – e se ne legge – ovunque. Non solo perché a livello di regia, con un piano sequenza unico per ciascun episodio, è notevole. Neppure perché i temi di bullismo, cyberbullismo, femminicidi, crisi valoriali, scollamenti familiari, difficoltà educative sono all’ordine del giorno da tempo. Né perché portano alla luce il linguaggio inaccessibile dei giovanissimi tra Incel, Manosphere, regola dell’80/20, RedPill e tutto il mondo sconosciuto delle emoji che diventano messaggi violentissimi.

Adolescence va visto per l’incredibile prova di tanti. Di un bravissimo Owen Cooper, per iniziare, che interpreta il protagonista tredicenne Jamie Miller come se non avesse mai fatto altro che recitare parti difficilissime. Poi c’è il complicato quanto eccellente Stephen Graham, splendido Sugar in A Thousand Blows (dal cui set ha portato con sé un paio di ottime attrici, come Erin Doherty, la psicologa Briony Ariston interprete, nel terzo episodio, di una delle sequenze più incredibili e riuscite della serie), che in Adolescence è ideatore, sceneggiatore, padre.

Per non parlare dei dialoghi serrati e cambi emotivi realistici, credibili, sul pezzo. Salvo qualche esagerazione stucchevole tipo la puzza delle scuole e la pippa moralistica su Katie, vittima dimenticata (che pur nasce come bulla) e il focus che si accende sull’assassino. Entrambe addosso al personaggio di Misha Frank (Faye Marsay), sergente capo in coppia con l’ispettore capo Luke Bascombe (Ashley Walters), pure lui con qualche buco nella sceneggiatura. Quasi a sottolinearne l’inadeguatezza come poliziotto, oltre che come padre.

Ottima prova interpretativa, dunque. Ottima l’idea, che pare sia ispirata a fatti di cronaca vera, il che purtroppo non stupisce più. Ottime la regia e la costruzione narrativa, con scelte precise per ciascuna delle quattro puntate. E per queste ragioni va vista. Anzi, va studiata.

i punti interrogativi

Mi è piaciuto molto meno un neppure tanto velato moralismo di ritorno. Forse figlio del tentativo di spiegare le origini di tanta violenza, di tanto scollamento dalla realtà. Come siamo arrivati a questo punto ce lo si chiede ogni giorno, davanti alle notizie di cronaca prima che a una serie tv. Siamo stati tutti adolescenti, ma ci siamo dimenticati cosa pensavamo degli adulti, come li trattavamo. Non ci sono grandi differenze da allora ad oggi, se non il decadimento di valori che è diventato involuzione sociale e non colpisce, purtroppo, solo gli adolescenti.
Preferisco le narrazioni che lasciano domande, non risposte. Dare una risposta che alleggerisce il peso del dramma, dell’imponderabile, dell’inspiegabile, rischia di renderlo accettabile. Quasi una sorta di autoassoluzione collettiva, nella condivisione di responsabilità: se siamo tutti colpevoli nessuno lo è. Ma sappiamo bene che non è così.

E arriviamo all’altro punto debole. Gli adolescenti non sono, lo credo fermamente e voglio continuare a crederlo, tutti come vengono descritti da Adolescence, nel secondo episodio, durante il sopralluogo alla Bruntwood Academy, la scuola media frequentata da Jamie e Katie. I giovani sono come la società vuole che siano, è vero. Sono come i genitori e gli educatori lasciano che diventino, ok. Ma sono singoli individui, non massa.

Persino teen drama come Elite e Gossip Girl, specchio della vita malata di scuole/college, nel raccontarli sottolineano differenze, creano profili emotivi diversi. A meno che in Gran Bretagna le scuole siano diventate simili a riformatori in stato di anarchia, sulla ricostruzione dell’habitat educativo Adolescence avrebbe potuto esprimersi meglio.

Paola Bottero
Paola Bottero
JOURNALIST, STORYTELLER, VISION MAKER

leggi anche

PRIMO PIANO

gli ultimi articoli