Cassandra

6 episodi, miniserie, 2025, Germania
di Benjamin Gutsche

Netflix

Alla fine ci sono finita anche io nello sci-fi/horror di Cassandra. E per un po’ non me ne sono pentita.
Girare una serie tv del genere oggi, quando persino Alexa sta diventando desueta e l’AI è entrata di prepotenza nelle nostre vite, è molto pericoloso. Ma comunque interessante: non sarà un caso se Cassandra è volata subito nella classifica delle più viste su Netflix.

Si parte da una domanda semplice: cosa succederebbe se arrivando in una nuova casa si scoprisse di aver scelto l’antesignana di tutta la domotica e la robotica messe insieme? Chiamarlo robot è persino troppo: Cassandra è un mix tra una planetaria (o un vecchio robot da cucina, quando ancora c’era il metallo al posto della plastica) e una scultura futurista di un secolo fa, una macchina con un monitor al posto della testa. In quel monitor si muove il viso sempre sorridente, anche quando si trasforma in assassina, di Cassandra. Lo stesso che compare sui monitor incassati nelle pareti di ogni vano della casa.
Eppure Cassandra, la macchina con anima e cervello della sua vecchia proprietaria, Cassandra, è commovente. Forse per questa ragione prende per mano e accompagna fino all’ultimo episodio.

Sorprendente? No. Ci si può divertire a prevedere la sceneggiatura, una volta che si è capito che anche le cose più evidenti non lo sono per i protagonisti che non credono all’unica persona capace di intendere e volere, la moglie/madre.
Non le crede il marito troppo preso da se stesso (come il suo predecessore, scienziato e marito di Cassandra), la figlia piccola e sconvolta dal ricordo che li ha fatti scappare dalla città, né il figlio adolescente che ama essere servito.

Scivola via, Cassandra, con i suoi video ricordi retrò e la spiegazione finto plausibile dell’intera trama. Niente di che. Ma sono contenta di averla vista. Se non altro per tenermi alla larga, almeno per un po’, dalle produzioni seriali tedesche.

Veronica Ravelli
Veronica Ravelli
OSSERVATRICE PRATICANTE

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