In vigore i dazi di Trump: al 50% su alluminio e acciaio

Trump fa entrare in vigore i dazi Usa “per regolare le importazioni e garantire che non mettano a rischio la sicurezza nazionale”

Dalle 6 di questa mattina (mezzanotte in Usa) sono entrati in vigore i nuovi dazi del 50% imposti dall’amministrazione Trump sulle importazioni di alluminio e acciaio provenienti dal resto del mondo.

Il presidente degli Stati Uniti ieri ha firmato il decreto che porta queste tariffe dal 25% al 50%, spiegando: “Ho ritenuto necessario aumentare i dazi doganali su acciaio e alluminio per regolare le importazioni e garantire che non mettano a rischio la sicurezza nazionale”.
Secondo Trump “questi nuovi dazi doganali saranno più efficaci nel contrastare l’eccesso di produzione a basso costo proveniente dall’estero, che danneggia la competitività delle industrie statunitensi dell’acciaio e dell’alluminio”.

Una decisione che intensifica la guerra commerciale del presidente americano, con una mossa destinata ad alimentare le tensioni con i principali partner economici del Paese.

“Le nostre industrie dell’acciaio e dell’alluminio saranno più forti che mai”, ha assicurato il presidente Usa, sottolineando che l’aumento dei dazi “offrirà un maggiore sostegno a queste industrie e ridurrà o eliminerà la minaccia alla sicurezza nazionale rappresentata dalle importazioni di prodotti in acciaio, alluminio e derivati”.

La sovrattassa del 25% sulle importazioni di acciaio e alluminio negli Stati Uniti era stata introdotta a metà marzo. Si trattava di una delle prime misure adottate da Donald Trump dopo il suo insediamento. Venerdì scorso, il presidente ha annunciato il raddoppio dei dazi su questi metalli, ribadendo che “le nostre industrie dell’acciaio e dell’alluminio saranno più forti che mai”.

La Commissione europea ha reagito immediatamente, condannando con forza questa decisione che ostacola “gli sforzi in corso per raggiungere una soluzione negoziata” con gli Stati Uniti. Il Canada, principale fornitore degli Stati Uniti, aveva presentato il 13 marzo un reclamo all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), che aveva definito tali misure “incompatibili con gli obblighi statunitensi” nel commercio internazionale.

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