L’isola dove volano le femmine, M. Lamalfa

Dove finisce la credenza popolare e dove inizia la realtà? Marta Lamalfa ne L’isola dove volano le femmine racconta, con la storia antica di Alicudi, la nostra storia

neri pozza, 2024

Marta Lamalfa (Palmi, Rc, 1990) vive a Roma, dove lavora per un’organizzazione umanitaria. Laureata in Lingue mediorientali, si è specializzata in Editoria e scrittura e ha studiato pianoforte a livello accademico. L’isola dove volano le femmine ha preso forma durante il laboratorio della Bottega di Narrazione, scuola di scrittura creativa, ed è tradotto, al momento, in spagnolo e francese.

Ci ho messo un anno – da quando è uscito – a decidere di leggere L’isola dove volano le femmine. L’ho divorato, proprio come ha fatto con la segale cornuta l’ergot, fungo parassita – claviceps purpurea, in cui è presente l’acido lisergico, base dello psichedelico LSD.
Ci ho messo più del dovuto perché temevo di rimanere delusa: i troppi commenti favorevoli mi allontanavano.
Alla fine la magia di Alicudi, del pane nero fatto con le tizzonare, delle majare, delle allucinazioni collettive che hanno creato le leggende di inizio Novecento intorno all’isola, mi hanno convinta. Ed è stato un incontro incredibile, quello con la scrittura fluida, ricercata, volutamente sporca e antica con cui Lamalfa racconta la vita.

L’isola dove volano le femmine non è solo un ottimo racconto che mescola credenze popolari e povertà, costruendo una narrazione che passa per i suoi personaggi, dai più semplici ai più arguti, dai più ricchi di pensieri ed emozioni ai più succubi, dai più deboli e rassegnati ai più forti, tra mare e terra. Il romanzo di Lamalfa va oltre, ripescando grandi autori e grandi romanzi, da Calvino a Marquez: la storia tra il fantastico e il reale – in cui credenze, speranze e realtà si mescolano senza possibilità di essere distinte le une dalle altre – racconta noi poco più di un secolo fa. Ma anche noi oggi. Tutti alla ricerca di libertà, sia quel che sia.

da alicudi nel 1903 all’era globale

Il significato di terra, lavoro e soprusi, come la prevaricazione di genere, l’attenzione per ciò che gli altri dicono o pensano, la paura dei sentimenti forti sono tutti modi per guardarci dentro. Come se le tizzonare di allora abbiano oggi preso forme diverse – che siano social, emoji o altri tipi di rifugi fuori dalla realtà – continuando a contaminare il nostro pane nero, creando una sequenza continua ed inarrestabile di allucinazioni collettive.

Lo spiega in postfazione l’autrice: dal balcone di casa sua (in Calabria, e questa è stata un’altra grande sorpresa: nemo profeta in patria diventa tangibile, nella punta dello Stivale) si vedono quasi tutte le isole Eolie. Là è cresciuta, abituata a sentire un ritornello in cui le strofe cambiano sempre ordine. “Ma due isole rimangono sempre fuori da questo ritornello, quelle coi nomi più strani: Filicudi e Alicudi, le isole che posso solo immaginare. […] Filicudi e Alicudi sono le mie città invisibili. Stanno davanti a me, ma non posso vederle. E, lì, possono succedere tutte le storie”.

Alicudi non è solo l’isola dove le femmine volano: è anche il mondo che non possiamo vedere perché ci siamo dentro, allucinazioni comprese.

Paola Bottero
Paola Bottero
JOURNALIST, STORYTELLER, VISION MAKER

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