22 episodi, III stagioni, 2021-2025, Corea del Sud
di Hwang Dong-hyuk
NETFLIX
Hwang Dong-hyuk, regista e sceneggiatore sudcoreano, ha concepito l’idea di Squid Game nel 2008, ma solo nel 2019 Netflix ha investito su quello che è diventato non solo il primo di una lunga serie di Kdrama, ma anche la serie più vista nella storia di Netflix. Ed ora la saga sembra proprio finita.

Terribile e convincente, la serie riprende temi già sviluppati sul grande schermo (da Hunger Games a Giochi di morte, passando per Battle Royal, tanto per citare i primi che mi vengono in mente): la noia di gruppi di potenti ricchissimi che per avere emozioni guardano poveri, reclutati per fame o per bisogno, giocare fino alla morte.
Squid Game ha tantissimi punti a proprio favore: la bramosia di soldi che va a braccetto con la ludopatia; la costruzione di location che sembrano giochi per bambini, coloratissimi e molto cartoon; il richiamo di giochi assolutamente innoqui come “1, 2, 3, stella”; la “manganizzazione” dei personaggi, con tute coloratissime e fluorescenti che disumanizzano (casomani ce ne fosse bisogno) i “cattivi”, ma anche i “buoni”, che tanto buoni non sono. Tutti ingredienti che hanno fatto della serie tv un vero cult, anche perché costruisce la paura con oggetti, colori, scenari apparentemente rassicuranti.
squid game 2 meglio di squid game 1?
Chi come me ha visto la prima tutto di un fiato (oggi si chiama binge watching), in coreano con sottotitoli, forse come me ha aspettato a guardare la seconda stagione, anche perché all’inizio le recensioni sono state prevalentemente negative. Bruttissimo essere delusi dopo aver adorato la prima stagione.
Nessun problema, invece: la seconda stagione, pur con cliffhanger finale (ma lo si sa da subito, quindi non è una sorpresa), è, se possibile, ancora meglio della prima.
Terribile quanto essenziale, con spunti innovativi e arricchimenti dei punti di vista. Sono tanti i personaggi nuovi, molti dei quali ci lasciano subito, o quasi. Le loro storie filano via come la trama, lasciano un attimo di pausa sul ritmo del gioco e della violenza, sembrano voler dare gocce di umanità ad un sequel così pieno di brutalità.
Dietro la violenza assoluta, dietro all’assurdità della trama, c’è tutta la sconfitta dell’umanità, rappresentata da reietti disposti – in buona parte – a sacrificare la vita dei loro “compagni di gioco” pur di poter sperare di raggiungere il montepremi finale ultramiliardario, e cambiare così la propria esistenza. E magari diventare proprio come i miliardari annoiati che si godono il gioco e le morti. 456 non è solo una sequenza numerica: è il numero iniziale dei concorrenti, il cui ultimo è protagonista della prima e della stagione (per inciso, il suo modo di recitare è troppo, appunto, recitato: difficile capire se sia colpa dell’attore o una chiara scelta di regia).
Il cerchio si chiude. O no?
Parlare della terza (e ultima?) stagione senza spoilerare si può? Ci si prova.
Intanto, la terza stagione di Squid Game è più tosta della seconda, linea narrativa su linea narrativa. Affetti ed emozioni conducono le scelte, e dunque il gioco. Che è sempre lo stesso, ma non annoia. E già questa è una sorpresa.
Chi merita di vivere? Chi merita di morire?
E poi: chi sceglie di vivere? chi di lasciarsi andare?
Alla fine, superata la violenza esagerata dei giochi mortali, la crudezza di ogni nuovo “quadro”, si intravede una forma di monito sociale. Come se fosse facile arrivare a quella deriva. Come se il sacrificio potesse diventare una forma di catarsi da scelte di vita sbagliate, di cui ci si vergogna e possono essere superate solo con scelte definitive.
Il mondo che viviamo è molto simile a quello di Squid Game, pur assurdo e paradossale nel suo cinismo da voyer – il nostro esattamente come quello dei ricchi annoiati e mascherati che scommettono sulle prossime morti. Un mondo spietato, ipercompetitivo, in cui le peggiori bassezze sono assolutamente accettate se prospettano la possibilità di vincere. Soldi, non la vita: tra essere ricchi o essere vivi la maggioranza quasi assoluta non ha dubbi di scelta.
Squid Game ci restituisce l’attenzione narrativa sugli individui proprio quando ne raccoglie le peggiori efferatezze. Perché, e questo è il monito più grande, anche quando stiamo girando dentro ad una giostra ingestibile, molto più grande di noi, abbiamo sempre la possibilità di scendere. Se rimaniamo sulla giostra è perché lo decidiamo noi. E in questo senso la serie tv diventa un ottimo monito su cui riflettere.



