Bad boy

8 episodi, 1 stagione, 2023, israele
di Ron Leshem, Hagar Ben-Asher

netflix (maggio 2025)

E riecco una storia (vera) che apre la stura alla nostra incapacità di comprensione del mondo adolescenziale. Qualcuno ha paragonato la bella serie ad Adolescence, qualcun’altro a Mare Fuori. Ma in realtà nè l’una né l’altra: Bad boy è una bella prova per capire quanto poco capiamo (mi scuserete il gioco di parole) i giovani.

Intanto il contesto: si tratta di un prison drama, simile nell’ambientazione a Orange is the new black, ugualmente violento ma diverso. C’è il disagio sociale, ma ancora allo stato embrionale. Forse per questo racconta che ce la si può fare, ci si può ancora redimere.

La prima domanda che mi sono posta, a fine serie, è stata: perché non ha avuto la straordinaria eco delle altre due serialità cui è stata subito paragonata?
Forse perché Dean (uno strepitoso Guy Manster, molto convincente da 13nne cattivissimo) ce l’ha fatta, e da grande (un ottimo Daniel Chen) ha continuato il percorso scoperto in carcere, quello del comico? No, non spoilero: lo scoprite fin dal primo episodio.
O forse perché è una storia di redenzione e di perdono? Qui non aggiungo altro proprio per non spoilerare: la storia di Zorro, dell’amicizia, della condivisione, dei sentimenti meriterebbe una capitolo a parte.

Daniel Chen – stand up comedian di successo non è così comico come vorrebbe. I suoi racconti di vita vissuta, che agevolano i continui flashback, sono molto meno “pieni”, molto meno reali di quanto invece scorrono direttamente dal carcere. La narrazione è felice e illuminante quando zoomma sui tempi bui, quelli privi di futuro. E il futuro, che è il presente del palcoscenico, sembra triste, proprio perché è pieno di dubbi irrisolti, di domande senza risposte (che arrivano, arrivano).

I temi sono tanti, tutti ugualmente importanti: lo sfruttamento minorile da parte della criminalità, lo scontro generazionale tra genitori e figli, il desiderio di riscatto. Da vedere e da far vedere, perché serve ancora sorridere. Non per una battuta felice, ma perché racconta che in fondo ci si può salvare.

Elisabetta Roli
Elisabetta Roli
GIORNALISTA, CRITICA LETTERARIA E CINEMATOGRAFICA

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