film 124′, 2001, Usa
di Ted Demme
con Johnny Depp, Penélope Cruz, Franka Potente, Ray Liotta
Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia: vanno oltre, creando effetti importanti. Blow è uno di questi.
Girato tra febbraio e maggio 2000 in Canada, Messico e Usa, racconta la “storia vera” di El Americano, uno dei maggiori trafficanti di cocaina degli Stati Uniti negli anni ’70 e ’80: George Jung (un incredibilmente giovane Johnny Depp). Il film, che esce l’anno successivo, termina in carcere, dove si trova il suo protagonista, con una fotografia reale del momento (non solo narrativa: con i titoli di coda appare anche lui). Una chiusa commovente che restituisce l’uomo, cancellando il trafficante con la consapevolezza amara di ciò che si è perso in tema di sentimenti. Si commuove anche la figlia Kristina: presa dal rimorso per non aver mai fatto visita al padre, va a trovarlo nella primavera del 2002: non lo aveva mai fatto prima, come raccontato dal film.

La scarcerazione arriva il 2 giugno 2014 per buona condotta. Ha 71 anni e riallaccia definitivamente il rapporto con la figlia. Muore 7 anni dopo. La notizia è diramata su Twitter con una citazione dal film. “Che tu possa avere sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso, e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle”.
La realtà che supera la fantasia, la vita che si mescola con la fiction, cambia grazie ad essa.
Lo avevo perso, Blow, quando è uscito. Avrei continuato ad ignorarne l’esistenza. Se non fosse che è in scadenza su Netflix, ed ovviamente gli amanti del genere – è un vero cult – hanno creato un vero tam tam. Che sono contenta di aver ascoltato.
Blow non è Scarface, come sottolineano in molti, ma è ricco di contenuti importanti. E va visto per capire come tutto (a partire dalle persone) possa cambiare, come i valori reali siano gli unici ad avere un senso. Il modo in cui Ted Demme racconta il rapporto di George con il padre (un bravissimo Ray Liotta), l’amore per la figlia (“un brandello di cuore che mi tiene ancora in vita”), i rimpianti, scava dentro e lascia qualcosa di profondo.
Ne esce un film che riesce a imprigionare le tante ombre e le pochissime luci di persone, prima che personaggi, che hanno creduto di potersi mangiare la vita e sono finiti per farsi mangiare. E diventa qualcosa di molto più che toccante, se si ricorda che il suo regista, nipote del più conosciuto Jonathan Demme, morirà (a soli 38 anni) un anno dopo l’uscita di Blow, prima di scoprire il miracolo del suo film, che è riuscito a riavvicinare la figlia a El Americano. Una morte improvvisa: un infarto durante una partita di basket giocata dopo aver assunto cocaina. Dov’è il confine tra realtà e fiction?



