Tutta la vita che resta presenta una violenza alla vaniglia, che viene tenuta distante: Roberta Recchia la mostra solo un pochino, quanto basta per seguire la trama. Ha un bel ritmo, ma nulla di più
Rizzoli, 2024
Roberta Recchia (Roma, 1972) è laureata in Lingue e Letterature Europee e Americane e in Relations Interculturelles et Cooperation Internationale. Ha lavorato per molti anni in azienda per poi intraprendere la strada dell’insegnamento, ma si è sempre dedicata alla scrittura. Esordisce con Tutta la vita che resta, uscito in 14 Paesi tra cui Regno Unito, Francia e Spagna. Sempre Rizzoli l’anno successivo, il 2025, pubblica Io che ti ho voluto così bene.

So che adesso dicendo questa cosa darò un immenso dispiacere a tante di voi.
Ho letto Tutta la vita che era resta e non mi è piaciuto per niente. Non solo non mi è piaciuto, ma mi ha fatto ricredere dei consigli che ricevo: ahimè è così.
Non vorrei mi sfuggissero delle anticipazioni di trama: questo libro è un libro fatto solo di trama, non di chissà che capolavoro di scrittura. Quindi se proseguite lo fate a vostro rischio.
Questo libro l’ho trovato sin dall’inizio irritante perché parla di questa media borghesia benpensante, arricchita, che mi ha proprio dato un fastidio intimo.
Affronta tanti temi, in un mischione unico dal mio punto di vista: i disturbi del comportamento alimentare, la violenza, i rapporti tossici e disfunzionali, addirittura la disforia di genere: fa misgendering a un certo punto… no, è tutto eccessivamente romanticizzato.
la violenza alla vaniglia
Penso che piaccia perché presenta una violenza alla vaniglia, una violenza che però viene tenuta distante e mostra solo un pochino com’è questa violenza. Tutta la vita che era resta è un libro che io ho rimandato a lungo, sapendo di aspettarmi qualcosa di buono, come quando ti tieni il dolcino da parte. E poi no, non è buono.
La trama è nota: c’è questa famiglia medio borghese cui capita la tragedia più grande che può capitare in una famiglia, che è la perdita di un figlio o di una figlia. Nel difendere chi resta da tutta questa violenza, da questa bruttura, ci si dimentica di parlarsi, di prendersi cura delle persone a cui viene nascosto il dolore. Vengono allontanati dal dolore, questo dolore viene nascosto, “perché è meglio così per il tuo bene”, senza che nessuno si preoccupi mai di chiederai quale sia il bene per questa persona.
il ritmo non rende necessariamente bello il libro
Tutta la vita che era resta è scorrevolissimo, è un libro che si legge in 3 o 4 giorni nonostante le 400 pagine ed è un libro che tiene incollati anche quelle persone che leggono poco, o leggono meno, o che leggono in una maniera impulsiva bulimica di questo genere. Non penso che un libro che ti tiene incollato per forza di cose sia un bel libro: penso semplicemente che i libri dettano loro il ritmo della lettura.
Ci sono libri che vanno letti in tanto tempo, perché loro dettano il tempo e libri che si leggono in un pomeriggio, in due o tre giorni. E questo non per forza di cose è positivo o è negativo: è semplicemente il ritmo dettato dal testo stesso. Quando sono arrivata all’introduzione della figura di Leo, lo spaccino, che viene romanticizzato, ho avuto un momento in cui ho detto “ok, per me possiamo finirla qui”. Da lì in avanti le cose sono ancora peggio: la figura di Corallina, che mi aspettavo morisse di Aids – ambientato negli anni ’80 è un cliché comunissimo. E invece no: ci deve dire che prendere gli ormoni fa male.
il seguito: Io che ti ho voluto così bene
Sto leggendo il seguito e sono molto più che a buon punto, per il mio solito principio che quello che inizio io lo finisco. Quindi non venitemi a dire “se l’hai detto vuol dire che ti è piaciuto”. No, vi ricordo che ho letto Roccella, i due di Vannacci avanti così, e nella vita faccio l’avvocato, quindi leggo continuamente robe che fosse solo per me non leggerei e qui mi fermo. Quindi leggere cose che non sono di mio gradimento è normale per me. Leggerle anche rapidamente, perché appunto non vuol dire che mi prende, e allora è bello. No, semplicemente ha un buon ritmo.
Per me è un no. No, e tutto sto clamore che vedo in giro mi disorienta.
Dicono che il secondo sia meglio del primo. Per quello che ho letto io fino a questo punto, il secondo è peggio del primo. Perché di nuovo ha lo stesso schema: ti allontano, non ti faccio vedere, pieno di pregiudizi. Per me è proprio no. No.
Vi prego, se pensate che a me possano piacere libri come questi, ve lo chiedo per favore, non consigliatemeli perché poi io li leggo e resto delusa. Così poi da lì in avanti non ascolto più i consigli.
Mi dispiace, è piaciuto a tanti. L’autrice e l’editoria sopravvivranno anche senza il mio parere conforme, ma io lo devo dire: per me questo libro è proprio no.



