Non leggete Lo sbilico, se non volete emozioni forti: è la rassegna dei traumi che abbiamo provato in infanzia e in adolescenza perché gli adulti non ci hanno protetti
einaudi, 2025
Alcide Pierantozzi (San Benedetto del Tronto, 9 aprile 1985) esordisce con Uno in diviso (2006), primo romanzo dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini. Nel 2008 Rizzoli pubblica L’uomo e il suo amore, nel 2012 Ivan il Terribile, ambientato nel mondo degli amori adolescenziali. Nel 2015 pubblica con Laterza il reportage-memoir Tutte le strade portano a noi, dopo aver attraversato l’Italia a piedi. Vive tra Milano e Colonnella e collabora anche con Rolling Stone, Max, Il Messaggero, il Resto del Carlino, Il Riformista, Inchiostro, Nuovi Argomenti, Il Foglio, Il Corriere della Sera, Link Mediaset e Rivista Studio.

Di solito leggo un libro, poi lo lascio sedimentare qualche giorno prima di parlarne. Ma ho finito Lo sbilico e voglio farvi vedere in che condizioni sono. Perché quando un libro da così tante emozioni è giusto trasmetterle. Ho pure il trucco colato: è proprio l’internet verità.
Ho letto Lo sbilico e non me lo so spiegare. Se io non leggessi con metodo e costanza questo sarebbe il libro da blocco del lettore. Un libro che ti fa dire “ok, per un po’ mi fermo” (però io ne ho già iniziato un altro, ma questo non lo diciamo). L’ho letto lentamente, intervallandoci altro nel mezzo: a volte era davvero troppo e ne avevo avuto abbastanza.
Lo sbilico ha inciso negativamente sul mio umore, perché ha messo in un italiano perfetto, come la posologia di un farmaco, quello che mi è capitato di provare, di sentire, di percepire da me stessa e da persone intorno a me, pazienti psichiatrici. Lo sbilico è una sbobina di pensieri intrusivi, ossessivi: allucinazioni di un ragazzo di quarant’anni autistico, intelligentissimo, neurodivergente, bipolare psichiatrico, schizofrenico.
Lo sbilico è la rassegna dei traumi che abbiamo provato in infanzia e in adolescenza perché gli adulti che hanno assunto le nostre posizioni di garanzia e di tutela non si sono nemmeno posti il problema di proteggerci dalle brutture del mondo e dagli atti violenti contro la natura. Dove il sangue è solo un fluido, gli animali sono al servizio dell’uomo, sono esseri da massacrare, seviziare con grave sadismo. Le nudità non trasmettono desiderio di riservatezza: sono invasioni di campo, presa di possesso del territorio, del territorio di bambini. Sono adulti che menano botte perché sono incapaci di fare una carezza – non di dare, di fare una carezza.
Poi c’è la gatta Chérie, che come Crono mangia i suoi cuccioli. Anche lei è incapace di farsi addomesticare: fa le fusa a chi la vuole sbranare. La natura è violenta e senza logica, le lucciole attaccano le lumache, e solo un bambino che vede cose oltre alle cose interviene a placare inutilmente una follia della natura.
C’è un momento che è grottesco e io ho trovato che mi ha veramente mandato in frantumi: è quello dove c’è il geco Stunt nel filmetto porno. Lo straniamento che si prova nel trovare un oggetto comune fuori dal contesto, come quando trovo i vocabolari. E poi ultimo, esplosivo, il lutto per il Natale che permea tutto il romanzo.
L’ho scritto in una maniera impulsiva, questo testo. Mi commuovo ugualmente e non so davvero che altro dire, se non che ho finito queste quasi 300 pagine con un senso di angoscia. L’angoscia dei giorni di calma piatta, in cui pensi e senti che succederà qualcosa.
E piango una lacrima ogni volta. E piango una lacrima per volta, perché questo penso lo stomaco è troppo grande.
Non leggetelo, perché poi vi riducete così.
Le recensioni che sono in giro sono tutte straordinarie, però poi vi riducete così. Quindi leggete qualcos’altro.



