SIRENS

5 episodi, 1 stagione, 2025, usa
di Molly Smith Metzler

NETFLIX

Ci deve essere una ragione se questa estate i lidi sono vuoti perché sempre meno persone possono pagare dai 30 ai 70 euro al giorno per un ombrellone e due lettini, mentre c’è un boom del luxury in tutte le sue forme. Come deve avere un senso anche il fatto che una miniserie come Sirens in una settimana abbia conquistato il primo posto nell’universo terracqueo del vasto mondo Netflix.
Girata a New York tra Long Island per gli esterni e gli Steiner Studios di Brooklyn per gli interni di una villa irraggiungibile in stile New England (la Cliff House), Sirens è la trasposizione in serie tv di un lavoro teatrale, firmato anch’esso da Molly Smith Metzler.

Un cast eccellente: Julianne Moore (Michaela/Kiki), Kevin Bacon (il marito Peter), Meghann Fahy (la sorella “sana” Devon) e Milly Alcock (la serella più piccola, Simone).
Una trama semplice, vista e rivista. Devon lascia temporaneamente Buffalo, e il padre malato, portando con sé una composizione di frutta, per raggiungere Simone che lavora (plagiata? ostaggio? alla ricerca di se stessa? in attesa di cambiare vita?) per Kiki. Il resto lo vedrete in poco meno di cinque ore tra manipolazioni, una festa extra lusso in preparazione, frasi ad effetto, paradossi, falchi, scogliere e intrighi amorosi.

Cosa c’entrano le sirene? Me lo sono chiesta anche io.
Guardare da una scogliera l’orizzonte trasforma in sirene? La voce con cui Kiki pare riuscire a sottomettere chiunque è quella di una sirena? Mah.
Sirens vola via veloce, stimolando curiosità sui prevedibili e imprevedibili colpi di scena. Chi l’ha paragonata a The white lotus (dove recita anche Devon, per l’appunto), chi a Succession. In realtà assomiglia a nessuna delle due, ed a tantissime altre serie: il lusso sfrenato contro la disfunzionalità congenita, il bisogno di prevaricazione contro la voglia di salvare e di salvarsi.

Personalmente ho apprezzato l’affresco da dark comedy del mondo da Barbie in cui si consuma il passaggio di ruoli e di generazioni, in cui l’allieva supera la maestra, seguendo alla lettera gli insegnamenti ricevuti.
Se di sirene si vuole parlare, sono quelle che riescono ad ottenere sempre ciò che vogliono, abitando e condizionando un mondo in cui l’uomo è poco più che una preda. Quello che non ti serve lascialo andare, dice Kiki a Simone. Lei capisce perfettamente, ed esegue. A me non servi e non servivi, ma non ti ho lasciata andare, confessa Devon a Kiki. Ma lei non la ascolta e va dritta per la sua strada. Quella in cui l’orizzonte esclude qualsiasi tipo di affetto.

Ecco, sì. Ho amato il modo leggero in cui viene dipinta la vacuità del tutto, la fine dei valori, il mondo di plastica cui agognare. Una visione veloce, leggera. Ma anche profonda, se si gratta sotto la patina della narrazione.

Veronica Ravelli
Veronica Ravelli
OSSERVATRICE PRATICANTE

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