Il buio e la luce del tempo in cui si svolge la trama e in quello che esiste e c’è, più vivo che mai, anche se è passato e sconosciuto: Col buio me la vedo io è una musica di sentimenti alla ricerca di una verità che possa sconfiggere la rabbia
einaudi, 2025
Anna Mallamo nasce a Reggio Calabria e vive a Messina, in continuo viavai sullo Stretto. Giornalista, dirige le pagine di Cultura e spettacoli della Gazzetta del Sud, gestisce un blog sull’Huffington Post, balla il tango, cui ha dedicato Lezioni di tango (2010). Su l’Unità ha tenuto un “diario giornaliero” estivo, diventato una rubrica settimanale dall’interno di un condominio di anziane donne calabresi. Sui social è conosciuta con l’account @manginobrioches. Col buio me la vedo io è il suo primo romanzo.
Ho dovuto aspettare, prima di scriverne. Volevo farlo sedimentare, lasciando che la sua lingua, a me incredibilmente familiare, trovasse casa. Che la poesia così finemente cesellata da Anna smettesse di essere sentimenti e appartenenza a regole che conosco bene, anche se non mi appartengono, e diventasse un romanzo, una storia, un libro di cui parlare.
Dovevo dimenticare che conosco e amo Anna Mallamo da tempo. Che “Cu ti voli beni ti faci ciangiri, cu ti voli mali ti faci ridiri“. Dovevo smettere di sentire la musica del suo scrivere ed espellere tutto ciò che non è letteratura.

Ma c’è qualcosa che non è letteratura in Col buio me la vedo io? Quando un romanzo rimescola dentro, quando “ti sa”, come “la lingua di soru”, è difficile staccarsene. Ed è difficile anche restituire in modo obiettivo le ragioni per cui va letto.
C’è, in questa incredibile opera prima di Mallamo, tanto di ciò che ho amato e amo dello Stretto. La vita con “gli occhi talmente pieni che siamo ciechi”. Il silenzio che parla. La violenza cruda che diventa rabbia, bisogno di trovare un colpevole ed annientarlo. C’è l’amore muto, che accarezza le cose non avendo l’abitudine di accarezzare le persone.
La riservatezza e la sfrontatezza di Lucia Carbone – il nome non è un ossimoro: è la perfetta sintesi di yin e yang – sono la riservatezza e la sfrontatezza delle donne dello Stretto, mute nella loro forza, capaci di fare la guerra ogni giorno.
l’amicizia e la famiglia
Lucia e Beatrice, che vivono la vita ed i profumi dello Stretto, non sono solo amiche. Sono dedizione l’una all’altra. Sono voglia e capacità di fare scelte – anche sbagliate, ma poco importa – per puro amore. Intorno a loro, incuriosite dalla propria trasformazione in donne, c’è una città ancora ferita dalle guerre di ‘ndrangheta. Ci sono i misteri dell’Aspromonte e delle morti bianche, ci sono le scoperte di ciò che non si può dire, neppure immaginare. Quelle che cambiano la vita e fanno fare scelte definitive.
E c’è la famiglia, che ritorna come un mantra, a cesellare e fissare il percorso della protagonista.
Eccone alcune immagini vive.
Vengo da una famiglia di donne che comandano al contrario, facendosi comandare, che guidano dando ai maschi l’illusione di guidare. La famiglia è una sedia per aspettare, senza fine. È una palazzina piena d’occhi e orecchie e persiane. È un cerotto che si stacca. Una lingua doppia. Un amore spostato, nascosto.
Ci sono tante verità, tra il buio e la luce del tempo in cui si svolge la trama e in quello che esiste e c’è, più vivo che mai, anche se è passato e sconosciuto. Di tutte ve ne lascio una, di cui fare tesoro. Potrebbe essere una delle sintesi di Col buio me la vedo io: Scappiamo sempre, se qualcosa ci salva.



