Fargo

51 episodi, V stagione, 2014-2024, Usa
di Noah Hawley, produttori esecutivi fratelli Coen

Sky Atlantic

Ci sarà la sesta stagione di Fargo? Sì, no, forse.

Ho aspettato a lungo di poter dare la lieta novella, ma pare proprio che non me lo vogliano permettere. Così non aspetto oltre. Perché Fargo è a detta di molti (anche a detta mia, ci mancherebbe, pur con dei se e dei ma) una delle migliori serie tv degli ultimi anni. E se ancora non l’avete vista è cosa buona e giusta spronarvi a farlo.

Parto dall’inizio. Dal film da cui è tratto, che secondo alcuni è stato superato dal cast eccellente e da una sceneggiatura da dieci e lode della serie ideata e scritta da Noah Hawley. Dunque, l’omonimo film del 1996 dei fratelli Coen, che sono i produttori esecutivi del Fargo televisivo. Chi se lo ricorda? Io no. O meglio: ho vaghi ricordi, ma nulla più.

Veniamo alla serie tv. La prima stagione è perfetta. Ed è quella che ancora oggi continua a girarmi davanti con le facce di Lester Nygaard (Martin Freeman), mediocre e ridicolo impiegato coinvolto in un assassinio per caso. Un caso che ha la faccia sublime del killer Lorne Malvo (Billy Bob Thornton, che non a caso ha vinto il Golden Globe). Ottimo personaggio anche l’agente di polizia Molly Solverson (Allison Tolman). Cos’è il male? cos’è il bene? cos’è l’onestà? e la disonestà? Fargo lo mostra nella sua interezza.

Il racconto è cinico, cruento, eppure divertente. Bianchi e neri si intrecciano e si inseguono. La violenza fine a se stessa diventa la prima protagonista, che travolge e accompagna ogni personaggio, ogni storia. Non vi dico altro: gustatela. Anzi, gustatele: le stagioni sono cinque, appunto. In attesa della sesta, ma non importa, perché ogni stagione racconta una storia a sé, con personaggi e ambientazioni di volta in volta diverse, con il comune denominatore delle storie di crimini che coinvolgono persone comuni.

I fratelli Coen si trovano un po’ ovunque: li ricordano l’eccentricità dei personaggi, i capovolgimenti di stile e di trama, i dialoghi bizzarri che sembrano assurdi ma non lo sono, capaci come sono di ritrarre l’inutilità di vite consumate in province americane (per le prime tre in Missesota) senza identità, che riescono a non meravigliarsi di fronte a scene e storie di violenze che si inseguono fino alla fine. Per darci un ritratto del nulla che siamo, in preda al caso. Anzi, al caos organizzato che non ci lascia mai.

Veronica Ravelli
Veronica Ravelli
OSSERVATRICE PRATICANTE

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