Rapporto 2025: peggiora questione salariale. La sfida è garantire il “right to stay” per rendere libera la scelta di partire. Un milione e duecentomila lavoratori meridionali, la metà dei lavoratori poveri italiani, è sotto la soglia della dignità
Dal Rapporto Svimez 2025 emerge un Mezzogiorno che vive una stagione di forti contrasti. Cresce come non mai l’occupazione, soprattutto tra i giovani, ma al contempo continua l’esodo che svuota il Sud di competenze e futuro. Tra il 2021 e il 2024, quasi mezzo milione di posti di lavoro è stato creato nel Mezzogiorno, spinto da PNRR e investimenti pubblici. Ma negli stessi anni 175 mila giovani lasciano il Sud in cerca di opportunità. La “trappola del capitale umano” si rinnova: la metà di chi parte è laureato. Le migrazioni dei laureati comportano per il Mezzogiorno una perdita secca di quasi 8 miliardi di euro l’anno.
I giovani che restano, troppo spesso, trovano lavori poco qualificati e mal retribuiti. Con i salari reali che calano aumentano i lavoratori poveri. Un milione e duecentomila lavoratori meridionali, la metà dei lavoratori poveri italiani, è sotto la soglia della dignità. Si evidenzia, inoltre, una emergenza sociale nel diritto alla casa.
Svimez e il Sud: il PNRR sostiene la crescita

Il PNRR sostiene la crescita e spinge fino al 2026 il Pil del Sud oltre quello del Nord. Il percorso di sviluppo avviato dal PNRR non può interrompersi nel 2026. Il Mezzogiorno sta dimostrando di poter essere protagonista della transizione industriale ed energetica del Paese, ma servono scelte politiche forti per consolidare i risultati raggiunti e dare continuità agli investimenti.
Tra i segnali positivi nel Mezzogiorno sui quali costruire il futuro post PNRR: la crescita dei servizi ICT, la crescita dell’industria, il miglioramento dell’attrattività delle università meridionali. Ma la legacy del PNRR riguarda anche cambiamenti sociali e istituzionali che devono orientare il complesso delle politiche pubbliche. Il miglioramento della capacità amministrativa dei Comuni. Ancora, i primi segnali di convergenza Sud-Nord nell’offerta pubblica di asili nido e del servizio mensa nelle scuole; la standardizzazione e semplificazione degli iter amministrativi.
A partire da questa eredità, la vera sfida è consolidare questi segnali positivi in un percorso di sviluppo duraturo, che renda il diritto a restare pienamente esercitabile e la decisione di partire una scelta, non una necessità. Occorre agire su quattro leve. Potenziare le infrastrutture sociali e garantire i servizi oltre il PNRR; rafforzare i settori a domanda di lavoro qualificata. Ancora, puntare sulla partecipazione femminile nel mercato del lavoro, nel sistema della ricerca e nella sfera politica e decisionale, dove rivestono un peso ancora marginale. Infine, investire sul sistema universitario come infrastruttura di innovazione.
Svimez: Pil al Sud nel 2021-2024 cresce dell’8,5% (6,3% media nazionale): il traino del PNRR, l’espansione dei servizi non solo tradizionali, il contributo dell’industria
Tra 2021 e 2024 il Pil del Mezzogiorno aumenta dell’8,5%, contro +5,8% del Centro-Nord. A determinare questo scarto contribuiscono diversi fattori: la minore esposizione dell’industria meridionale agli shock globali; un ciclo dell’edilizia particolarmente favorevole legato prima al maggiore impatto espansivo degli incentivi edilizi, poi allo stimolo fornito dal PNRR; la chiusura del ciclo 2014-2020 della politica di coesione. A ciò si è aggiunta la ripresa del turismo e dei servizi, che ha rafforzato la domanda interna.
Le costruzioni sono il motore principale: +32% nel Sud contro +24% nel Centro-Nord. Per il peso che riveste nella formazione del valore aggiunto dell’area, il contributo più rilevante alla crescita del Pil 2021-2024 del Mezzogiorno è venuto dal terziario: +7,4% l’aumento medio in Italia dei servizi, che raggiunge il +7,8% nel Mezzogiorno (+7,3% nel Centro-Nord). La crescita non si è limitata ai servizi tradizionali. Crescono le attività finanziarie, immobiliari, professionali e scientifiche che hanno goduto degli effetti di domanda di nuova progettualità pubblica e privata attivata dal PNRR.
Svimez e il Sud: in controtendenza il valore aggiunto dell’industria
In controtendenza rispetto al Nord, tra il 2021 e il 2024 il valore aggiunto dell’industria in senso stretto (manifatturiero, estrattivo, utilities) al Mezzogiorno è cresciuta del +5,7% (-2,8% nel Centro-Nord). La discontinuità positiva particolarmente significativa rispetto ai precedenti cicli economici è che il risultato del Sud è stato determinato dall’espansione della manifattura: +13,6% grazie alla nuova domanda per la componente manifatturiera della filiera dell’edilizia e alla crescita sostenuta di altri settori a specializzazione matura nel Mezzogiorno, in particolare dell’agroalimentare (+13,1%)
Al contrario, il modello export-led del Nord mostra vulnerabilità: energie care, domanda tedesca debole, crisi delle produzioni energivore e riduzione della subfornitura. La migliore performance meridionale riflette quindi sia dinamiche locali positive sia la debolezza ciclica del Nord.
Nel biennio 2023-2024l’effetto espansivo del PNRR che è valutabile in circa 0,9 punti di Pil nel Centro-Nord e 1,1 punti nel Mezzogiorno. Gli investimenti attivati dal Piano hanno di fatto scongiurato il rischio di una stagnazione della crescita italiana.
Svimez e il Sud, le previsioni
Pil +0,5 nel 2025, +0,7 nel 2026, +0,8 nel 2027 in Italia. Il Sud continua a crescere più del Centro-Nord: 0,7% nel 2025, 0,9% nel 2026 contro lo 0,5% e lo 0,6%
Secondo le stime Svimez, l’Italia crescerà poco ma in miglioramento: +0,5% nel 2025, +0,7% nel 2026, +0,8% nel 2027. Grazie al completamento dei cantieri PNRR, il Sud dovrebbe continuare a superare il Centro-Nord nel biennio 2025-2026: +0,7% e +0,9%, contro +0,5% e +0,6% del Centro-Nord. Complessivamente, sulla crescita cumulata del biennio 2025-2026, la domanda di investimenti pubblici dovrebbe valere 1,7 punti di Pil nel Mezzogiorno e 0,7 punti nel Centro-Nord. Nel 2027 rallenta ciclo investimenti pubblici, riparte la domanda internazionale e il Centro-Nord torna a crescere più del Sud (+0,9% contro +0,6%).
Svimez: boom occupazione al Sud, ma aumenta l’esodo. Al Sud 100mila occupati giovani in più, ma quelli che emigrano sono 175mila
Tra il 2021 e il 2024 il Mezzogiorno ha registrato un incremento dell’occupazione pari all’8%, contribuendo per oltre un terzo al milione e quattrocentomila nuovi occupati a livello nazionale. Il Centro-Nord ha aggiunto circa 900mila posti, il Sud quasi 500mila. Le politiche pubbliche hanno svolto un ruolo determinante: prima l’espansione degli incentivi edilizi, poi l’avvio dei cantieri PNRR e l’aumento degli organici nella pubblica amministrazione hanno sostenuto occupazione in edilizia, servizi professionali e filiere manifatturiere legate agli investimenti pubblici.
Cresce l’occupazione giovanile, soprattutto nel Mezzogiorno. Nel triennio 2021-2024 gli under 35 occupati sono aumentati di 461mila unità a livello nazionale, di cui 100mila nel Sud. Il tasso di occupazione giovanile cresce più al Sud (+6,4 punti), ma resta molto più basso rispetto al Centro-Nord (51,3% contro 77,7%).
Nonostante il boom occupazionale, il Mezzogiorno non trattiene i giovani. Tra i due trienni 2017-2019 e 2022-2024 le migrazioni dei 25-34enni italiani sono aumentate del 10%: nell’ultimo triennio 135mila giovani hanno lasciato l’Italia e 175mila hanno lasciato il Sud per il Nord e l’estero. Un paradosso evidente: più lavoro ma non migliori condizioni di vita, né opportunità professionali adeguate alle competenze.
Svimez e il Sud: migrazioni giovanili (25-34 anni) per destinazione (valori cumulati 2022-24)
| Verso il Centro-Nord | Verso l’estero | Totale | |
| Abruzzo | 6.990 | 3.309 | 10.299 |
| Basilicata | 4.267 | 1.229 | 5.496 |
| Calabria | 15.601 | 5.348 | 20.949 |
| Campania | 37.515 | 10.974 | 48.489 |
| Molise | 2.116 | 1.074 | 3.190 |
| Puglia | 25.615 | 7.501 | 33.116 |
| Sardegna | 5.164 | 4.327 | 9.491 |
| Sicilia | 32.122 | 12.181 | 44.303 |
| Mezzogiorno | 129.390 | 45.943 | 175.333 |
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat
Svimez e il Sud: migrazioni giovanili (25-34 anni) verso l’estero (valori cumulati 2022-24)
| Regione | Emigrati |
| Emilia Romagna | 8.476 |
| Friuli Venezia Giulia | 2.962 |
| Lazio | 10.104 |
| Liguria | 3.151 |
| Lombardia | 25.656 |
| Marche | 3.458 |
| Piemonte | 10.048 |
| Toscana | 7.073 |
| Trentino Alto Adige | 4.739 |
| Umbria | 1.750 |
| Valle d’Aosta | 339 |
| Veneto | 12.001 |
| Centro-Nord | 89.757 |
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat
Svimez, la “trappola del capitale umano”: il Sud forma competenze che alimentano crescita e innovazione altrove. In 25 anni ‘investiti’ 132 miliardi per formare laureati che sono partiti
L’Italia rimane in coda in Europa per quota di giovani laureati (30,6% contro 43% Ue). Gli atenei meridionali attraggono più studenti e si riduce la migrazione ante-lauream, ma dopo la laurea il quadro torna critico: oltre 40mila giovani meridionali si trasferiscono ogni anno al Centro-Nord, mentre 37mila laureati italiani emigrano all’estero. Con l’emigrazione di questi laureati, una parte del rendimento potenziale dell’investimento pubblico sostenuto per la loro formazione viene dispersa.
Il bilancio economico di questo movimento è pesante: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno perde di investimenti 132 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord. Poli esteri che attraggono giovani italiani altamente formati, il Centro-Nord che perde verso l’estero ma recupera grazie alle migrazioni interne di laureati da Sud, il Mezzogiorno che li forma e continua a perderli.
Nel Mezzogiorno, nel 2021-2024, sei nuovi occupati under 35 su dieci sono laureati, contro meno di cinque nel resto del Paese. Tuttavia, la prima porta d’ingresso al lavoro rimane il turismo: oltre un terzo dei nuovi addetti giovani si colloca nella ristorazione e nell’accoglienza, settori a bassa specializzazione e bassa remunerazione. Al tempo stesso, crescono i giovani laureati nei servizi ICT e nella pubblica amministrazione, grazie al PNRR e alla riforma degli organici pubblici. La qualità delle opportunità resta però insufficiente: il mercato del lavoro meridionale continua a offrire sbocchi concentrati nei comparti tradizionali, con scarsa domanda di competenze avanzate.
Per trattenere i giovani, il Sud deve attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza un salto di qualità nella domanda di competenze, la mobilità giovanile continuerà a essere una scelta obbligata.
Salari reali in calo soprattutto al Sud, povertà lavorativa torni nell’agenda politica
I salari reali sono in calo, soprattutto nel Mezzogiorno. Dal 2021 al 2025 i salari reali italiani hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud: -10,2% contro -8,2% nel Centro-Nord. Inflazione più intensa e retribuzioni nominali più stagnanti accentuano il divario.
L’in-work poverty (Iwp), aumentata rispetto all’anno precedente, tocca nel 2024 il 19,4% nel Mezzogiorno, tre volte il valore del Centro-Nord (6,9%). In Italia i lavoratori poveri sono 2,4 milioni, di cui 1,2 milioni al Sud. Tra il 2023 e il 2024 aumenta il numero dei lavoratori poveri: +120mila in Italia, +60mila al Sud. Non basta avere un’occupazione per uscire dalla povertà: bassi salari, contratti temporanei, part-time involontario e famiglie con pochi percettori ampliano la vulnerabilità.
Nel 2024 le famiglie povere crescono nel Mezzogiorno dal 10,2% al 10,5%. Centomila persone in più scivolano nella povertà assoluta, per effetto di un aumento delle famiglie che risultano in povertà assoluta anche se con persona di riferimento occupata. La relazione tra lavoro e benessere è quindi sempre più debole, segnale di una crescita quantitativa dell’occupazione non accompagnata da qualità e stabilità.
Svimez e il Sud: i Comuni protagonisti dell’attuazione del PNRR, tre cantieri su quattro sono in fase esecutiva. Su infrastrutture sociali Amministrazioni meridionali rapidi nel recuperare gap con comuni settentrionali
Sono i Comuni ad aver dato lo stimolo più forte agli investimenti pubblici: raddoppiati nel Mezzogiorno tra il 2022 e il 2025 da 4,2 a 8 miliardi di euro. Oltre che alla maggiore flessibilità introdotta con la modifica del Patto di stabilità, tale dinamica va ascritta principalmente alla soddisfacente capacità dei Comuni nell’attuare le misure del PNRR.
Il PNRR destina 27 miliardi di opere pubbliche al Sud. Tre cantieri su quattro sono in fase esecutiva al Sud, in linea con il dato del Centro-Nord. Il 25% dei progetti al Centro-Nord è già alla fase del collaudo; il 16,2% al Mezzogiorno.
La Svimez, in collaborazione con l’Ance, ha realizzato un monitoraggio aggiornato afine ottobre 2025 sullo stato di avanzamento dei cantieri delle infrastrutture sociali finanziate dal PNRR: interventi per un valore complessivo di circa 17 miliardi di euro affidati in larga parte a Comuni e Regioni per la realizzazione di opere nei servizi per la prima infanzia, nell’edilizia scolastica e nella sanità territoriale.
Concentrandosi sui progetti che hanno già avviato l’esecuzione dei lavori, le analisi integrano le informazioni del sistema Regis in base alle quali è possibile monitorare i progetti entrati in fase esecutiva, ma non lo stato di avanzamento dei cantieri. Risultano più avanti le opere a titolarità dei Comuni rispetto ai progetti delle Regioni, lo scarto si conferma da Nord a Sud. Nel Mezzogiorno i cantieri PNRR per infrastrutture sociali dei Comuni sono in fase avanzata progetti per il 51,5% del valore complessivo delle risorse contro solo il 33% di quelli delle Regioni.
Le attività di assistenza tecnica offerta dai centri di competenza nazionale alle amministrazioni locali responsabili degli interventi ha consentito l’accelerazione e standardizzazione degli iter amministrativi. Con il Pnrr si sono ridotti i tempi medi di progettazione delle opere rispetto al pre Pnrr con una sostanziale convergenza Sud/Nord: nel Mezzogiorno da 20,4 a 7,1 mesi; nel Centro-Nord da 16,8 a 7,4.
In particolare, il modello operativo Invitalia, utilizzato da parte di 778 amministrazioni, ha accelerato la capacità progettuale, riducendo divari storici nei tempi di progettazione e ampliando i servizi: aumento dei nidi, miglioramento delle mense scolastiche, investimenti in infrastrutture sociali.
Svimez, PNRR e infrastrutture sociali: il Sud si avvicina al Nord
Grazie agli investimenti del PNRR, i Comuni del Mezzogiorno stanno realizzando un miglioramento nei servizi educativi per l’infanzia e per la scuola. I primi risultati sono già visibili: crescono i posti negli asili nido pubblici e aumenta la quota di alunni che frequentano scuole dotate di mensa, due indicatori fondamentali del diritto di cittadinanza all’istruzione.
Già nel 2025, lo stato di avanzamento delle opere fa registrare un avvicinamento nell’offerta pubblica di asili nido tra le due macro-aree. Se entro il 2026 tutte le opere dovessero essere completate, si giungerebbe a un sostanziale riequilibrio di offerta pubblica tra Nord e Sud. Ma a fine PNRR, Campania e Sicilia ancora lontane dal raggiungimento del LEP del 33% (inclusivo dell’offerta privata). Resta tuttavia da verificare la sostenibilità nel tempo di questo miglioramento, legata alla capacità di garantire continuità gestionale e copertura finanziaria per la spesa corrente.
Aumentano significativamente anche le scuole della primaria dotate di locale mensa. La percentuale di alunni che le frequentano passa dal 19,2% del 2019 al 31,6% del 2023 al Sud. Restano le differenze territoriali sulle quali intervenire nel post PNRR: le province con copertura inferiore al 30% sono tutte al Sud, con l’eccezione di Latina e Frosinone
L’avvio delle pre-intese sull’Autonomia differenziata può compromettere l’efficacia degli interventi del PNRR
L’attuale fase evidenzia una contraddizione nelle politiche pubbliche italiane. Il PNRR è stato concepito per ridurre i divari territoriali, migliorare i servizi essenziali e rafforzare la capacità amministrativa delle aree più fragili, soprattutto nel Mezzogiorno. Allo stesso tempo, però, il Governo porta avanti le pre-intese sull’autonomia differenziata, che rischiano di aumentare le disuguaglianze, sottraendo risorse e competenze condivise e frammentando i diritti di cittadinanza.
Così, una riforma nata per ricucire il Paese si sovrappone a un’altra che può accentuarne le fratture. Senza un quadro unitario, gli effetti positivi del PNRR rischiano di indebolirsi proprio ora che stanno emergendo.
La contraddizione è ancora più evidente perché il PNRR include tra le sue riforme la revisione organica del federalismo fiscale, pensata per garantire livelli essenziali delle prestazioni uniformi e ridurre i divari. L’autonomia differenziata va nella direzione opposta e rischia di compromettere l’efficacia stessa del Piano.
Svimez e il Sud, diritto alla casa diventa priorità. Affitti in crescita, necessarie nuove politiche strutturali
Il diritto alla casa diventa una priorità crescente nelle nuove politiche europee e nei fondi post-2027. Si aprono quindi nuove opportunità per sostenere housing sociale, rigenerazione urbana coerente con gli obiettivi climatici e interventi mirati nei grandi centri meridionali, dove il disagio è più acuto.
Le analisi Svimez-Ifel/Anci mostrano una forte correlazione tra affitto e vulnerabilità economica. Nel Centro-Nord la povertà assoluta colpisce il 21% delle famiglie in affitto, contro il 3,6% delle famiglie proprietarie; nel Mezzogiorno raggiunge il 24,8% tra gli inquilini e il 7% tra i proprietari. Le città metropolitane rivelano ulteriori squilibri: a Napoli le case di proprietà sono appena il 48%, molto meno che a Roma, Milano o Torino. Nel Sud è inoltre elevata la quota di abitazioni non utilizzate — oltre il 20% a Reggio Calabria, Messina e Palermo — segnale di abbandono, uso discontinuo o scarsa attrattività urbana, mentre le città del Centro-Nord mostrano mercati più dinamici.
Il rafforzamento dell’edilizia residenziale pubblica è essenziale: oltre 650mila famiglie attendono un alloggio e ogni anno 40mila sfratti coinvolgono 120mila persone. L’offerta di edilizia residenziale pubblica resta limitata (2,6% dello stock nazionale), con concentrazioni più alte nelle aree metropolitane del Centro-Nord: Milano e Torino (3,4%), Roma (3,3%) e Genova (3,2%). Nel Sud i valori sono più bassi, con Napoli al 3% e Reggio Calabria appena all’1,3%. Questo quadro conferma la necessità di politiche strutturali e coordinate per garantire il diritto alla casa e la coesione sociale sul territorio nazionale.
Divari tra città e aree interne su accessibilità alle infrastrutture incidono su sviluppo e qualità della vita
Il Rapporto presenta nuove stime sui divari infrastrutturali tra i grandi centri urbani italiani e rispettive aree circostanti ad asse legate (Urbane Funzionali, FUA) in collaborazione con la Banca d’Italia. La metodologia applicata non guarda solo alla disponibilità fisica delle infrastrutture ma anche alla loro accessibilità, ossia la facilità con cui persone e imprese possono raggiungere servizi e collegamenti — come trasporti, ospedali o reti energetiche — in tempi accettabili.
Il Mezzogiorno continua a presentare un marcato divario infrastrutturale rispetto al Centro-Nord. Ed anche gli indici di accessibilità alle infrastrutture esistenti mostrano come, a fronte di valori medi superiori nelle regioni settentrionali per strade e ferrovie, le regioni meridionali si fermano spesso intorno o al di sotto, con punte molto basse nelle città minori, con ritardi più profondi al Sud nel caso delle infrastrutture ferroviarie ad alta velocità, dei servizi sanitari e della rete impiantistica per la gestione dei rifiuti. Posto uguale a 100 l’indice medio di accessibilità Italia per le infrastrutture ospedaliere, il Mezzogiorno registra un valore pari ad appena 68 contro il 132 del Nord e il 118 del Centro.
Forti differenze territoriali si osservano però all’interno dello stesso Mezzogiorno: i principali centri urbani, come Napoli, Bari o Catania, tendono ad avere migliori collegamenti rispetto alle aree interne appenniniche o alle zone insulari più periferiche, che restano strutturalmente svantaggiate. Queste disparità incidono direttamente sulle opportunità di sviluppo, la qualità della vita e l’attrattività dei territori, rendendo cruciale orientare le politiche pubbliche verso il potenziamento delle infrastrutture facilitando soprattutto la loro accessibilità concreta.
Svimez e il Sud, coesione e competitività: il nuovo baricentro industriale
In Europa, coesione territoriale e competitività non sono più visioni contrapposte. La partita dello sviluppo si gioca, sempre più, sull’inclusione delle aree periferiche nelle filiere strategiche e negli ecosistemi industriali continentali. Per l’Italia significa una cosa chiara: senza il Mezzogiorno integrato nelle catene del valore europee, l’intero sistema Paese resta fragile.
L’esperienza del PNRR lo ha dimostrato. Le misure orizzontali, come i crediti d’imposta per la Transizione 4.0, hanno favorito soprattutto le regioni già forti, lasciando al Sud appena un quinto delle risorse. Il risultato è stato un rafforzamento dei divari nella capacità di innovazione, digitalizzazione e riconversione produttiva.
La politica di coesione va riletta come leva industriale territoriale, non come semplice strumento redistributivo. La revisione di medio termine del 2025 sarà un banco di prova decisivo: l’Europa spinge infatti su difesa, sicurezza, energia e tecnologie critiche, con il rischio che le risorse vengano dirottate su priorità nuove ma non necessariamente coerenti con gli obiettivi di sviluppo delle aree meno avanzate.
L’integrazione tra politiche industriali, investimenti in innovazione e strategie territoriali potrebbe consolidare una convergenza basata sulla crescita della produttività nelle regioni più fragili. Per il Mezzogiorno sarebbe una svolta: un approccio orientato alla performance, con risorse europee integrate a quelle della politica industriale nazionale e ai driver della transizione verde e digitale, può generare un salto strutturale.
La coesione, in questo scenario, sarebbe non solo un vincolo europeo, ma un “bazooka” capace di rendere compatibile l’obiettivo della competitività con quello della convergenza territoriale. Serve però un aggiornamento coraggioso delle regole sugli aiuti di Stato a finalità regionale, che consenta di incentivare in modo selettivo investimenti e localizzazioni industriali nelle aree meno sviluppate.
Svimez e il Sud, il rilancio del Mezzogiorno passa dalle grandi imprese
La revisione di medio termine offre una finestra per sostenere investimenti delle grandi imprese in tecnologie di frontiera – dalle tecnologie critiche STEP al dual use, dalla decarbonizzazione industriale agli IPCEI. Una possibilità strategica per i Paesi con Pil pro capite inferiore alla media Ue, tra cui l’Italia.
In Italia, le grandi imprese rappresentano il motore dell’export (76% delle esportazioni manifatturiere) e un perno di interi sistemi produttivi, grazie alle esternalità positive che generano lungo le filiere.
Nel Mezzogiorno il loro peso è ancora limitato, ma significativo: quasi 600mila addetti e 46 miliardi di valore aggiunto, concentrati in pochi poli industriali. Nei comparti a più elevata tecnologia l’incidenza occupazionale dei grandi impianti al Sud supera il 50% (30% nelle altre aree). Un dato che conferma come, nelle produzioni avanzate, la dimensione aziendale resti un proxy decisivo della capacità di competere nei mercati globali. A questo si aggiungono performance di redditività delle grandi imprese al Sud su livelli analoghi al resto del Paese.
La conclusione è che il rilancio del Mezzogiorno passa soprattutto dalla grande impresa, dalla sua capacità di moltiplicare reti produttive, trascinare le PMI, catalizzare innovazione e guidare la transizione digitale e green. Una politica industriale moderna non può prescindere da questo asse strategico.
Svimez e il Sud, la Zes Unica da strumento a strategia industriale
La nascita della Zes Unica rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi degli ultimi anni di trasformare la politica industriale italiana in chiave realmente territoriale. L’obiettivo è duplice: accelerare gli investimenti attraverso semplificazioni e autorizzazioni rapide, e indirizzarli verso filiere e tecnologie coerenti con le priorità nazionali ed europee.
I primi dati mostrano una macchina amministrativa che ha iniziato a macinare risultati: i tempi autorizzativi si sono dimezzati (da 98 a 54 giorni) e tra marzo 2024 e novembre 2025 sono state rilasciate 865 autorizzazioni, per oltre 3,7 miliardi di investimenti. Puglia, Campania e Sicilia emergono come i poli più reattivi, mentre restano indietro Sardegna, Abruzzo e Basilicata.
La distribuzione settoriale riflette la struttura produttiva del Sud, con più di un quarto degli interventi nell’agroindustria, seguita dall’automotive. Cresce però anche la presenza di progetti in tecnologie ad alto contenuto innovativo: Elettronica & ICT e Cleantech.
La Legge di Bilancio 2026 ha confermato e irrobustito il credito d’imposta Zes Unica fino al 2028, con uno stanziamento complessivo di oltre 4 miliardi. Una scelta che offre stabilità alle imprese e apre una prospettiva di lungo periodo.
La vera svolta, però, arriverà con l’aggiornamento del Piano strategico nel 2026: la Zes Unica potrà diventare un laboratorio di integrazione tra coesione e politica industriale, incrociando filiere europee strategiche – dalla difesa all’energia, dalle tecnologie critiche agli ecosistemi produttivi emergenti. Ma l’efficacia della misura dipenderà dalla capacità di indirizzare gli incentivi verso filiere coerenti con l’agenda politica industriale europea e con le potenzialità dei territori meridionali.
Energia: per Svimez il nuovo vantaggio competitivo del Sud
La partita dell’energia è destinata a ridefinire la geografia industriale del Paese. Raggiungere i target del PNIEC – 79 GW di fotovoltaico e 28 GW di eolico – significa puntare in modo massiccio sulle regioni meridionali, cui il Decreto Aree Idonee assegna quasi la metà delle nuove installazioni del decennio.
Il potenziale è enorme: l’82% delle richieste di connessione alla rete arriva dal Sud e l’88% delle richieste “mature” è localizzato nelle stesse regioni. Ma i ritardi autorizzativi restano un macigno: Via statale a oltre 1.000 giorni, procedure uniche ambientali a 1.200. Se superati questi ostacoli, gli investimenti necessari – 73,4 miliardi a livello nazionale tra 2026 e 2030 – genererebbero oltre 25mila addetti fissi e 55mila temporanei ogni anno nelle regioni meridionali.
Il tema non è solo energetico, ma industriale. I prezzi dell’energia, ancora più alti rispetto ai partner europei, rendono l’Italia meno competitiva, ma il superamento del Prezzo Unico Nazionale previsto dal 2026 dovrebbe valorizzare la crescita della capacità installata rinnovabile, creando un vantaggio di costo strutturale per famiglie e imprese del Mezzogiorno.
Il Sud produce già più energia verde di quanta ne consumi (copertura al 115,1%). L’ulteriore crescita della produzione energetica da Fer comporterà una riduzione dei prezzi energetici più marcata nelle regioni del Mezzogiorno (-20%) rispetto al resto del Paese (-14%), attraendo investimenti in settori energivori e in filiere innovative come fotovoltaico, eolico, batterie e data center. Lo sviluppo delle rinnovabili costituisce una formidabile leva per il rilancio industriale e digitale del Sud.
Partecipazione delle donne al mercato del lavoro rimane tra più basse d’Europa, al Sud tasso occupazione madri con tre o più figli solo al 30%
La partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Italia resta tra le più basse d’Europa, nonostante i segnali positivi registrati tra il 2021 e il 2024. Le donne studiano di più, si laureano prima e con voti più alti ma poi lavorano di meno e con salari più bassi: 31% delle 25-34enni donne con titolo terziario rispetto 21% uomini.
Il tasso di occupazione femminile, pur in crescita, è ancora lontano dagli standard europei e presenta forti divari tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Persistono inoltre fenomeni strutturali di segregazione e precarietà: nel Sud le donne lavorano soprattutto in settori a bassa remunerazione e produttività, con contratti spesso temporanei o part-time involontari. A pesare sono anche le limitate opportunità di carriera, frenate da barriere culturali e dalla mancanza di adeguate politiche di conciliazione. Ne derivano ampi divari retributivi e una partecipazione femminile molto diseguale, soprattutto nelle aree più deboli per struttura produttiva e servizi di welfare.
La condizione familiare incide profondamente sulla partecipazione femminile al lavoro. Nel 2024, ad esempio, le donne senza figli registrano i tassi di occupazione più elevati (63,6% a livello nazionale), con forti divari territoriali tra Nord (71%) e Mezzogiorno (45,8%). Tra le madri, le differenze si accentuano: nel Sud l’occupazione delle donne con uno o due figli è molto bassa (41,8% e 43,6%), mentre crolla al 30,8% per chi ha tre o più figli, segno del peso crescente del lavoro di cura in contesti poveri di servizi.
Il confronto europeo mostra un gap ancora più ampio: l’UE mantiene tassi elevati anche tra le madri, con differenze minime rispetto alle donne senza figli, e nei paesi nordici l’occupazione femminile resta molto alta grazie a un welfare più solido.
Negli ultimi anni la crescita dell’occupazione ha riguardato soprattutto donne laureate e madri con uno o due figli, ma persistono forti svantaggi per le famiglie numerose e per le lavoratrici del Mezzogiorno, confermando l’impatto decisivo dei servizi di conciliazione e delle condizioni territoriali sulle opportunità lavorative femminili.
Svimez, le Università del Sud sono tornate attrattive, meno fuga antelauream
Aumenta l’attrattività delle Università del Sud che trattengono più studenti meridionali registrando livelli inediti sia per immatricolati lauree triennali (94 mila studenti, +2% anno procedente) che magistrali (45 mila studenti, +11% anno precedente). Si riduce la quota di immatricolati meridionali che si sposta verso il Nord: al 15% rispetto al 20% anni precedenti
Svimez e il Sud, questione mafie: 61 miliardi riciclati in 15 anni, l’80% finisce al Centro-Nord
Le indagini degli ultimi anni confermano un quadro ormai strutturale: le mafie investono sempre più nell’economia legale, sfruttando mercati e strumenti finanziari ordinari per ripulire capitali illeciti e mimetizzarsi nel tessuto produttivo. Un fenomeno che altera concorrenza e localizzazione degli investimenti, alimentando un intreccio crescente tra economia criminale e imprese.
L’analisi Svimez–Guardia di Finanza sui reati economici dal 2010 al 2024 evidenzia un dato chiave: 61,4 miliardi di euro riciclati, secondo gli accertamenti delle Fiamme Gialle. La geografia del fenomeno sorprende solo in parte: 29,8 miliardi al Nord, 20,3 miliardi al Centro, e 11,3 miliardi nel Mezzogiorno. Oltre l’80% dei capitali sporchi trova quindi sbocco nelle regioni più ricche, in particolare Lazio, Toscana, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte.
Sempre nello stesso periodo, il Nord guida anche per numero di denunce per riciclaggio – reato spia delle infiltrazioni nell’economia legale – con 14.375 segnalazioni, contro 10.307 del Centro e 11.847 del Sud. Un segnale della crescente capacità delle organizzazioni criminali di spostare e investire altrove i propri capitali, seguendo le opportunità dei mercati più dinamici. Nel Mezzogiorno, invece, la presenza mafiosa continua a manifestarsi soprattutto nel controllo del territorio. L’usura resta il reato più indicativo: 2.739 denunce al Sud, a fronte di 1.175 nel Centro e 1.401 al Nord. Un divario che riflette il radicamento storico delle principali organizzazioni criminali nelle regioni di origine, dove l’intimidazione e la “reputazione sociale” continuano a garantire potere e consenso

