26 episodi, trilogia, 2015-2019, Italia
di e con Stefano Accorsi, regia di Giuseppe Gagliardi
Sky
Chi c’era, con esperienze dirette o come spettatore ignaro del primo vero delirio massmediologico, difficilmente potrà apprezzare, almeno di primo acchito, 1992 e i due sequel, 1993 e 1994. Gli attori, pur bravissimi, restituiscono personaggi reali come Craxi, Berlusconi, Occhetto, D’Alema, Di Pietro, Borrelli, Dell’Utri, Bossi, ben differenti da quelli che si sono fissati nella memoria.
Chi non c’era, e colloca Tangentopoli in un limbo lontano nel tempo, magari precedente alla propria nascita, o ne ha sentito parlare in tutti i modi possibili – bene, male, con il giustizialismo di ritorno, mescolando ciò che è successo davvero a ciò che è stato raccontato – può aver trovato stimoli interessanti nelle tre stagioni nate dall’idea di Stefano Accorsi.

Appartengo, per incontrovertibili ragioni anagrafiche, alla prima categoria.
Per questo ho fatto passare un po’ di anni prima di andare a cercare la trilogia ed iniziare a guardarla.
La serie, scritta da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, è molto curata nei dialoghi, nella sceneggiatura, nella ricostruzione storica. E sono belle anche le tipicizzazioni di figure chiave dell’intera narrazione.
Il mio primo sforzo è stato quello che ha influenzato il primo giudizio. Cercare di capire chi ci fosse “dietro”, chi avesse ispirato i personaggi “inventati”, mi ha fatto concentrare sulla rispondenza dei fatti narrati alla realtà storica. Gioco perverso e automatico, nonostante i cartelli iniziali in cui lo spettatore viene invitato a comprendere che accanto a fatti e personaggi storici avrebbe trovato personaggi di mera fantasia, privi di riferimenti alla realtà.
la difficoltà di seguire la trama
Così ho perso di vista la trama, infastidita dall’incapacità di collocare nella storia che conoscevo le figure romanzate su cui reggeva la serie. A partire da Stefano Accorsi/Leonardo Notte, ex sessantottino tra i dirigenti di Publitalia, a stretto contatto con Marcello Dell’Utri. E dal suo antagonista, Guido Caprino/Pietro Bosco, reduce dall’Iraq, sbandato e picchiatore, perfetto per rappresentare il rampantismo dei peones leghisti.
Miriam Leone/Veronica Castello, aspirante celebrità televisiva disposta a tutto pur di far carriera, ricorda molte figure di quell’epoca: da Mara Carfagna a Elisabetta Gardini, forse è una sintesi di un certo modo di “arrivare” ai tempi del bunga bunga.
I personaggi fittizi non mancano: anche nel pool di Mani Pulite segnano parti importanti della storia. Ma all’inizio di 1992, appunto, è difficile riconoscere Antonio Di Pietro nell’interpretazione del pur bravissimo Antonio Gerardi. Come nelle stagioni successive l’ottimo Paolo Pierobon fa sentire la mancanca del sorriso scanzonato del Silvio nazionale.
quindi: è da vedere o no?
Per riassumere: l’ho iniziata con curiosità. L’ho proseguita a fatica: amo le fiction, ma mi diventa quasi impossibile rimanerci dentro quando si mescolano alla realtà, mettendo in dubbio non solo trama e intreccio, ma anche la credibilità di ciò che so.
Ci sono stati momenti esagerati nelle scelte violente (forse anche realistiche, chissà). Poi a un certo punto (nel cambio dal 1993 al 1994, direi), è cambiato tutto.
Ormai avevo imparato a riconoscere come veri e credibili anche gli interpreti dei personaggi reali: non vedevo più gli attori ma il senso dell’intreccio tra realtà e romanzo. Avevo anche maturato una certa confidenza con i personaggi fittizi, tale da voler capire come sarebbe andata a finire. Ed ho iniziato a godermi la trilogia.
Quindi. I fatti di cronaca, la narrazione degli anni che vanno dalla nascita di Tangentopoli all’inizio della Seconda Repubblica, sono diventati secondari rispetto alla connotazione personale e psicologica di ogni singola figura. Il ritratto di quegli anni, forse il primo lavoro di storicizzazione di un periodo di cui ancora non riusciamo a parlare con serenità, ne esce violento e duro come era: i soldi come motore predominante, la gestione del potere come mezzo per accumularne sempre di più, il bisogno di protagonismo prima malattia di ogni ego, dall’una e dall’altra parte della barricata, la mancanza di etica e di valori il comune denominatore di ogni categoria rappresentata. Politici, soubrette, magistrati, giornalisti, pubblicitari, imprenditori: tutti uniti nella corsa in apnea verso lo sfacelo che oggi viviamo senza volercene accorgere.
Là è iniziato il declino. E la trilogia lo racconta benissimo.


