L’idea che la Russia sia semplicemente uno Stato tra gli altri, con un sistema politico più o meno autoritario, non basta comprendere la profondità delle sue azioni nello scenario internazionale
Nel corso degli ultimi anni, mentre il confronto con l’Occidente diventava sempre più intenso e la guerra in Ucraina trasformava radicalmente l’ordine europeo, è riemersa in Russia una potentissima filosofia: l’Eurasiatismo, nella sua recente versione aggiornata, il neo-Eurasiatismo. Per molti osservatori esterni questi termini potrebbero sembrare elementi marginali, astratti e persino lontani dalle urgenze concrete della politica, ma nel discorso pubblico russo, nell’elaborazione simbolica del potere e nella giustificazione delle scelte strategiche del Cremlino, essi hanno acquisito un ruolo fondamentale tanto da essere diventati oggi la lente privilegiata attraverso la quale si interpreta la postura globale del Paese.
Dugin e la missione della Russia: come nasce l’Eurasiatismo
L’Eurasiatismo è una filosofia che nasce quando gli émigrés antibolscevichi si spostano dalla Russia a Parigi e tentano di rispondere ad una domanda identitaria profonda della storia russa: chi siamo? Siamo europei? Siamo asiatici? Oppure siamo qualcosa di diverso? Dopo la Rivoluzione bolscevica, la Russia non era né un’estensione culturale dell’Europa né una realtà asiatica in senso stretto, bensì una civiltà a sé, nata in uno spazio geografico e simbolico unico, definito come “Eurasia”. Questo territorio non era percepito semplicemente come una somma di popoli, ma come un organismo spirituale e politico unitario, le cui caratteristiche erano: l’equilibrio tra radici slave, le influenze turco-mongoliche, la cultura ortodossa e le tradizioni delle steppe.
Si trattava di un momento storico in cui l’Eurasiatismo non aveva ancora una dimensione aggressiva e non parlava né di impero, né di espansionismo, ma voleva invitare i popoli a riconoscere il carattere peculiare della Russia, valorizzandone la pluralità interna e distinguendola dal modello occidentale. Tuttavia, quando cade l’URSS, la Russia perde territori, influenza e prestigio e precipita in un vuoto identitario e strategico, in cui l’Eurasiatismo, il quale era stato silenziato dalle ideologie dominanti del Novecento, il fascismo e il comunismo, torna rilevante, passando da semplice teoria culturale a strumento per costruire un nuovo racconto nazionale e legittimare la ricostruzione dell’autorità statale in un periodo di caos e disillusione.
Dugin e la nuova interpretazione della missione della Russia
In questo complesso scenario, si affaccia Aleksandr Dugin, che reinterpreta l’Eurasiatismo in chiave geopolitica radicale, dando vita al Neo-Eurasiatico. Dugin utilizza infatti un linguaggio dualistico, fortemente identitario, in cui la storia dell’umanità è descritta come una battaglia senza fine tra due principi opposti: la potenza della terra e la potenza del mare. Le prime sono le società radicate, comunitarie, ordinate e spirituali, contrapposte alle seconde, costituite da società mobili, commerciali, individualiste e dominate dal cosmopolitismo e dal liberalismo. La Russia, nella sua visione, incarna la terra, la Tradizione, la verticalità spirituale. L’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, rappresenta il mare, il caos moderno, la disintegrazione dei legami comunitari.

Quella di Dugin è una lettura dicotomica che nonostante semplifichi la realtà, crea un’immagine del mondo estremamente potente, in grado di trasformare la geopolitica in destino e la storia in missione civilizzazionale. La Russia non è solo un attore internazionale, ma la guida naturale di un blocco continentale la cui missione è resistere all’egemonia talassocratica occidentale. Il confronto con l’Occidente diventa dunque non una competizione tra interessi, bensì il campo di uno scontro tra differenti visioni dell’uomo e della società, ragion per cui l’avanzata euro-atlantica verso Est non viene interpretata come un processo politico, ma come un’aggressione ontologica ai confini stessi della civiltà russa.
Dugin e la missione della Russia: il ruolo dell’Ucraina
Che ruolo ha in tutto ciò l’Ucraina? L’Ucraina si carica in questo discorso di una responsabilità centrale, con un peso simbolico estremamente forte per i neo-eurasiatisti. Per Dugin, e per molti nel sistema politico russo che hanno fatto propria questa narrativa, l’Ucraina non è un semplice Stato confinante, ma un pezzo essenziale della matrice storico-culturale della Russia. Il suo avvicinamento all’UE e alla NATO è vissuto come un tradimento della propria collocazione civilizzazionale e perderla significherebbe spezzare la continuità geografica dell’Eurasia e consentire all’Occidente di spingersi fino alle soglie della Russia, eliminando quella profondità strategica che per secoli aveva garantito la sicurezza del Paese.
Tale percezione non nasce nel 2022, ma è evidente dal 2008, momento in cui la Russia interviene in Georgia per impedire il riavvicinamento troppo rapido di Tbilisi alla NATO, ed è diventata determinante nel 2014, quando Mosca ha annesso la Crimea, interpretandola non solo come territorio strategico nel Mar Nero, ma come simbolo della continuità storica russa. È di nuovo riemersa a seguire nel Donbas, dove l’intervento militare viene presentato come difesa delle popolazioni “fraterne” e ha raggiunto il suo culmine con l’invasione su larga scala dell’Ucraina, un’azione che il Cremlino giustifica attraverso un linguaggio apertamente civilizzazionale, presentando l’espansione NATO come una minaccia esistenziale della Russia.
Dugin e la missione della Russia: il neo-Eurasiatismo la chiave per legittimare Putin
Si deve notare che il neo-Eurasiatismo non è solo una chiave per interpretare i rapporti tra Russia e Occidente, ma uno strumento centrale per legittimare il potere di Vladimir Putin, con il quale negli ultimi vent’anni, il Cremlino ha costruito un sistema autoritario basato su reti clientelari, controllo dei media, nazionalismo conservatore e retorica religiosa. Si tratta di una perfetta narrativa in cui l’autoritarismo non è una deviazione, quanto più una caratteristica naturale della Russia, incompatibile con la democrazia liberale occidentale.
Pluralità politica e opposizione diventano quindi estranee, mentre unità, ordine e guida forte vengono presentati come parte integrante dell’identità nazionale. A rafforzare questa visione contribuisce il pensiero di Lev Gumilëv, che teorizza la “passionarietà” dei popoli: la Russia è vista come un super-organismo in grado di espandersi e ritirarsi in base alla propria energia vitale, destinata a influenzare l’Eurasia come civiltà dominante. Tali idee, dunque, pur non guidando direttamente le politiche, consolidano un’immagine di Russia unica, storicamente speciale e irriducibile ai modelli occidentali.
Dugin e la missione della Russia: l’Eurasia come spartiacque
L’Eurasia passa così dall’essere una semplice categoria geografica ad uno spazio simbolico che definisce quali elementi sono “dentro” e quali “fuori”, una sorta di confine immateriale che traccia una linea tra la civiltà russa e tutti gli altri mondi. Trasformandosi con il passare del tempo in una categoria rigida, difensiva, quasi sacralizzata, il discorso pubblico ha iniziato a rappresentare l’Eurasia come una zona da proteggere ad ogni costo dalle infiltrazioni occidentali, mentre negli Stati vicini sono stati divisi tra alleati naturali, neutrali sospetti ed entità ostili, un processo che ha avuto conseguenze profonde anche in politica estera, dove la logica delle sfere d’influenza ha soppiantato quella della cooperazione multilaterale.
Aleksandr Dugin ha reso l’Eurasiatismo la chiave di volta di un sistema geopolitico centrale per la Russia contemporanea e secondo la sua visione, la Russia è chiamata a contrastare un Occidente nemico. Questa lettura del mondo diviso tra due poli contrapposti plasma una nuova concezione filosofica per cui il potere russo è guidato da una missione storica, quasi metafisica, in cui il leader è custode della continuità civilizzazionale. Interventi militari, repressioni interne e politiche identitarie vengono in tal modo giustificati e l’effetto prodotto è paradossale: il rafforzamento del consenso interno della Russia, ma allo stesso tempo il suo isolamento, che ne limita compromessi e flessibilità diplomatica.
Dugin e la missione della Russia: la Quarta Teoria Politica
A partire dagli anni 2000, Dugin sviluppa anche la Quarta Teoria Politica, concepita come superamento del fascismo, del comunismo e del liberalismo, considerati sistemi insufficienti a preservare l’identità e la sovranità dei popoli. La Quarta Teoria Politica si ispira in parte a Mackinder e alla teoria geopolitica delle “civilizzazioni della terra” contro le “civilizzazioni del mare”, ma propone una sintesi nuova: valorizzare le tradizioni, la spiritualità e la comunità come nucleo politico e culturale, senza ricadere in ideologie totalitarie o liberali occidentali. In questo senso, Dugin teorizza uno spazio eurasiatico indipendente e autosufficiente, in grado di rifiutare il dominio occidentale e proteggere il proprio destino civilizzazionale. La Quarta Teoria Politica, pur teorica, diventa in questo modo un ulteriore strumento concettuale per giustificare l’azione strategica russa nel mondo contemporaneo.
Il rapporto tra Dugin e Putin è complesso ma significativo: Dugin non è un consigliere ufficiale del Cremlino, tantomeno un decisore politico, ma le sue idee hanno profondamente permeato il discorso strategico e simbolico del potere russo, per cui ad oggi è visto come l’ideologo di riferimento, ovvero qualcuno che fornisce al regime una cornice concettuale per giustificare scelte altrimenti controverse, trasformando la politica in missione civilizzazionale. Dugin e la sua filosofia ci consentono di comprendere come la Russia dei nostri giorni non si muove soltanto tra alleanze ed interessi, ma tra mito, storia e visione del destino. È un paese che si sente chiamato a resistere, plasmare il mondo e affermare una narrazione unica: la Russia non è uno stato, ma un organismo storico con un ruolo irreversibile, nell’Eurasia e oltre.
Fonte GeoPolitica.info

