Il viaggio della memoria nella casa del rosmarino

La casa del rosmarino di Gregorio Corigliano, cercando la Calabria che non c’è più, tra memoria e nostalgia

Gregorio Corigliano nasce cronista, e questa sua propensione è evidente in ogni pagina, in ogni scelta narrativa. Non sceglie una trama lineare: il libro procede per quadri, episodi, ritratti, seguendo il filo emotivo del ricordo. Il risultato è il racconto vivo di un Sud che non esiste più, narrato con la nostalgia e il realismo cui il giornalista ci ha abituati.

La casa del rosmarino è un’opera che si colloca a metà tra il memoir, il saggio antropologico e il romanzo di formazione. Gregorio Corigliano costruisce un racconto intimo e profondamente radicato nella memoria familiare e collettiva, trasformando una casa in un simbolo di identità, infanzia e radici. E di profumi: quelli di San Ferdinando e della Piana di Gioia Tauro. Intorno alla “casa del rosmarino”, luogo fisico e simbolico, Corigliano costruisce un viaggio nella memoria: infanzia, famiglia, personaggi del paese, vita quotidiana tra mare e campagna, emigrazione, povertà, feste, stagioni, scuola, politica locale, lutti e tradizioni.

Un viaggio nella memoria

Corigliano parte da episodi familiari semplici, quotidiani, per raccontare un mondo ormai scomparso: quello della Calabria rurale e marina degli anni ’40–’70. Attraverso uno stile caldo e affettuoso, rievo­­ca scene domestiche, personaggi di paese, riti stagionali, difficoltà economiche, l’emigrazione verso l’America, e l’inesauribile forza delle famiglie del Sud.

L’autore è abilissimo nel trasformare momenti minimi – il profumo del rosmarino, un braciere acceso d’inverno, l’acqua tirata dal pozzo, i racconti dei nonni, le visite dei parenti d’America – in immagini vivide e dal forte valore evocativo. Quei dettagli diventano tasselli di un affresco più grande, quello di una comunità che vive sospesa tra povertà e dignità, tradizione e cambiamento.

I temi, lo stile e la struttura

L’autore non idealizza il passato, ma ne conserva il senso umano, il calore, la comunità. Il libro diventa così un modo per “non perdere” un mondo semplice ma ricco di significati. E ci sono tutti: dalla memoria – e la conseguente nostalgia – alla famiglia come fondamento identitario. Dal Sud arcaico, tra fatica e bellezza, all’emigrazione e al sogno dell’America. Dalla povertà dignitosa, che conferma il valore del lavoro al mare come luogo dell’anima.

La scrittura è fluida, colloquiale, ricca di espressioni dialettali che non disturbano, anzi restituiscono autenticità.

La struttura è episodica: ogni capitolo sembra un ricordo che riaffiora, come una fotografia ingiallita che torna nitida. È uno stile che avvicina il lettore e lo rende parte della storia. La casa del rosmarino è più di un racconto di famiglia: è una testimonianza antropologica sul Novecento meridionale, una lettera d’amore a un passato che non c’è più, ma che continua a vivere nelle radici di chi lo ha attraversato.

Corigliano non idealizza il passato, ma ne conserva il senso umano, il calore, la comunità. Il libro diventa così un modo per “non perdere” un mondo semplice ma ricco di significati.

i personaggi principali

Pur essendo un libro autobiografico, i personaggi hanno una forza narrativa straordinaria: sembrano uscire da un romanzo.

Ogni figura è tratteggiata con realismo e tenerezza: Grazia “du fica”, Colinu il marinaio insonnolito sotto la barca, i pescatori “mazzuna”, il dottor Lazzaro che visita tutti a piedi, le zie emigrate in “Merica”, i bambini che sognano la mano dei padri lontani. Sono personaggi veri, e proprio per questo indimenticabili.

La madre, “signora Titina”, è il cuore della casa: organizza, cucina, accoglie, si sacrifica. E viene raccontata come radice affettiva, simbolo della tradizione.

Il padre è un maestro elementare, pescatore per passione, impegnato politicamente: figura carismatica e centrale nella formazione dell’autore.

La nonna Mariangela è la memoria vivente della famiglia. Nata nelle Eolie, madre di dieci figli, custode di storie di mare e di emigrazione. Con lei c’è sempre zia Carmela, figura domestica costante.

Grazia “du fica” è un personaggio popolare simbolico: chiede il rosmarino, racconta aneddoti, rappresenta le donne del paese. Come Colinu, marinaio sempre stanco, disteso sotto la barca: un esempio del lavoro duro e dei ritmi legati al mare.
Altri pescatori leggendari sono “Cucchjaruni” e “Du Fica”, maestri dei “mazzuna”: incarnano la cultura materiale calabrese.

Non può mancare il medico condotto, il Dottor Vittorio Lazzaro, figura di grande responsabilità e dedizione: un ritratto umano molto toccante.

L’autore bambino, infine, è un osservatore curioso, sensibile, con sguardo affettuoso verso il proprio mondo.

Veronica Ravelli
Veronica Ravelli
OSSERVATRICE PRATICANTE

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