Black Rabbit

8 episodi, miniserie, 2025, Usa
di Zach Baylin, Kate Susman

NETFLIX

Avere grandi aspettative e rimanere delusa non incita a consigliare una serie, tantomeno una miniserie come Black Rabbit. L’ho dovuta sedimentare parecchio, prima di scriverne. Vista a settembre, appena uscita. E ne scrivo adesso, ne devo scrivere adesso, perché delusa non è la parola esatta. Ma certo mi aspettavo qualcosa in più.

Voglio dire. Hai due mostri sacri come Jude Law (Jake) e Jason Bateman (Vince), i due fratelli Friedken che sono persino credibili come consanguinei. Jake è fico, glam, gestisce alla grande il Black Rabbit, ristorante e nightclub di gran moda nella New York più fashion. Vince è trasandato, nei guai con piccoli criminali, pieno di debiti e bisognoso di aiuto.

Si reincontrano così, e ci fanno conoscere la storia del Black Rabbit, che era di entrambi. Insieme alla storia del locale vengono fuori i tanti compromessi e le tante ombre della pancia molle notturna della Grande Mela. Non è male l’idea: c’è un trauma che si cerca di risolvere scoprendo via via le carte. Minacce, ricatti, cambi emotivi e di passione ora per l’uno, ora per l’altro fratello.

Vince non sa cosa sia la responsabilità ed ha una deriva verso l’autodistruzione. Jake, che sembra il più puro ed il più solido ha un passato di scelte ciniche e compromessi morali. Il trauma non si scoglie che con un grande, unico, immenso trauma: quello che ti aspetti dall’inizio della serie, ma quando arriva ti lascia sospesa e basita. No, non lo rivelo. Odio gli spoiler.

Ho ancora davanti agli occhi molte immagini, molte sequenze, la trama, i giochi di ruolo, la rabbia emotiva che ha accompagnato il binging su Black Rabbit. Anzi, sedimentando la storia mi sembra anche migliore di quanto non mi sia sembrata quando me la sono divorata.
Certo me la ricordo bene, a differenza di quanto mi è successo con Dept. Q, sparito dai radar della memoria in un niente.

Ad esempio, Troy Kotsur nella parte di Joe Mancuso è un personaggio incredibile, che rimane. E ritorna.
L’attore è incredibile: sordomuto dalla nascita, non a caso premio Oscar 2022 come miglior attore non protagonista per CODA – I segni del cuore (non l’ho visto, lo guarderò e vi saprò dire), dà vita al migliore personaggio della serie. Cattivo quanto basta per essere credibile e temibile, è contemporaneamente buono e capace di amare. E di dimostrarlo. Grazie a lui si capisce molto meglio il vincolo affettivo dei (e con) i fratelli Friedken: anche in questo non spoilero, ma.

In sintesi: forse a non convincermi troppo all’inizio è stato il fatto che è finito troppo in fretta. Forse mi aspettavo una fine diversa. Forse entrambe, ma rivedrei ogni puntata della miniserie, magari con un po’ più di spazio tra l’una e l’altra. E ve la consiglio, ma senza grandi aspettative: prendetelo come una fiaba di Natale che non finisce bene, ma che magari può servire a far finire bene la vostra.

Elisabetta Roli
Elisabetta Roli
GIORNALISTA, CRITICA LETTERARIA E CINEMATOGRAFICA

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