giovedì, 15 Gennaio 2026

Propaganda e verità: come va (davvero) l’economia italiana

Da una parte la grancassa del governo di Giorgia Meloni, dall’altra l’opposizione che evidenzia i numeri su crescita stagnante, produzione industriale in difficoltà, prezzi ancora troppo elevati per molte famiglie. Chi ha ragione?

Da una parte la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e altri esponenti del governo sostengono che l’economia italiana, nonostante le tensioni internazionali, stia reggendo: l’inflazione è sotto controllo e i conti pubblici mostrano segnali di miglioramento. Dall’altra, le opposizioni leggono gli stessi numeri in modo opposto: crescita stagnante, produzione industriale in difficoltà, prezzi ancora troppo elevati per molte famiglie. È un confronto che va avanti da mesi.

Al di là delle contrapposizioni politiche, i dati – anche se in parte ancora provvisori – permettono di ricostruire con maggiore precisione l’andamento dell’economia italiana nel 2025. Mentre il dibattito pubblico si è concentrato sulla legge di Bilancio e sulle scelte per il 2026, l’anno che si chiude restituisce un quadro fatto di luci e ombre.

Economia, la crescita del PIL è debole

Secondo le stime dell’ISTAT, nel 2025 l’economia italiana dovrebbe crescere dello 0,5 per cento, in lieve rallentamento rispetto allo 0,7 per cento del 2024. L’aumento del Prodotto interno lordo (PIL) è trainato soprattutto dalla domanda interna, in particolare dagli investimenti, che dovrebbero accelerare grazie ai progetti finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

Anche i consumi delle famiglie sono attesi in crescita, seppur contenuta, sostenuti dall’aumento delle retribuzioni e dell’occupazione. A pesare negativamente è invece la domanda estera netta: le importazioni cresceranno più rapidamente delle esportazioni, frenando l’espansione complessiva dell’economia.

Nel confronto europeo, la performance italiana risulta più debole. La crescita del PIL sarà circa un terzo di quella prevista per l’Unione europea, che secondo la Commissione Ue dovrebbe attestarsi all’1,4 per cento. Tra i principali Paesi europei, la Francia è attesa crescere dello 0,7 per cento, la Spagna del 2,9 per cento, la Polonia del 3,2 per cento. Solo la Germania fa peggio, con uno 0,2 per cento.

Economia, l’occupazione aumenta, ma non per tutti

Il tasso di occupazione, che misura la quota di persone occupate tra i 15 e i 64 anni, si attesta al 62,7 per cento, in leggero aumento rispetto al 62,4 per cento di fine 2024. Tra gennaio e ottobre il numero di occupati è cresciuto di quasi 150 mila unità, mentre il tasso di disoccupazione è sceso dal 6,4 al 6 per cento.

Nonostante questi miglioramenti, il livello di occupazione italiano resta il più basso d’Europa, soprattutto per il divario tra uomini e donne: il tasso maschile è al 71,2 per cento, quello femminile al 54,2 per cento. Il tasso di inattività, che include chi non lavora e non cerca un’occupazione, è rimasto fermo al 32,2 per cento.

La crescita dell’occupazione è stata irregolare nel corso dell’anno, con cali in circa la metà dei mesi considerati. L’aumento complessivo è avvenuto interamente tra i lavoratori indipendenti – liberi professionisti, imprenditori, titolari di partita IVA – mentre tra i dipendenti si è osservato un lieve calo. I contratti a tempo determinato sono diminuiti di 119 mila unità, quelli a tempo indeterminato sono aumentati di 115 mila.

Il miglioramento ha riguardato soprattutto gli over 50, con un aumento di 413 mila occupati. Nelle altre fasce d’età l’occupazione è invece diminuita: di 132 mila unità tra i 35 e i 49 anni, di 28 mila tra i 25 e i 34 anni, di 107 mila tra i 15 e i 24 anni.

Economia, la produzione industriale è ferma

Nel corso del 2025 la produzione industriale è rimasta sostanzialmente stabile, senza segnare una vera ripresa. L’ISTAT misura l’andamento attraverso un indice – con base 100 nel 2021 – che rileva le variazioni del volume fisico della produzione, escludendo le costruzioni. Considerando la media mobile su tre mesi, l’indice nel 2025 si colloca intorno a 93, praticamente identico al 93,1 di dicembre 2024.

Dopo un lieve miglioramento nei primi mesi dell’anno, l’indice ha iniziato a calare durante l’estate e l’autunno. A ottobre la produzione ha registrato una diminuzione dell’1 per cento rispetto a settembre, mentre nella media del trimestre tra agosto e ottobre il calo è stato dello 0,9 per cento.

L’andamento complessivo nasconde differenze rilevanti tra i comparti. Alcuni settori hanno mostrato crescita: l’attività estrattiva è aumentata del 5,2 per cento su base annua, la metallurgia del 2,7 per cento, la produzione di articoli in gomma e materie plastiche del 2,1 per cento. Le flessioni più marcate hanno invece interessato la fabbricazione di prodotti chimici (-6,6 per cento), le industrie tessili, dell’abbigliamento e della pelletteria (-5 per cento), e la produzione di carbone e prodotti petroliferi raffinati (-4,6 per cento).

L’inflazione resta contenuta

Tra gennaio e novembre 2025 il tasso di inflazione è stato pari all’1,1 per cento, in linea con l’anno precedente e nettamente inferiore ai valori del biennio 2022-2023, quando l’aumento dei prezzi era stato particolarmente intenso.

L’inflazione misura la variazione dei prezzi dei beni e servizi acquistati abitualmente dalle famiglie, calcolata dall’ISTAT su un “paniere” rappresentativo che comprende alimentari, carburanti, bollette, servizi sanitari. Un’inflazione positiva indica che, a parità di reddito, si può acquistare meno rispetto al periodo precedente. Va considerato che, poiché le abitudini di spesa variano da famiglia a famiglia, l’inflazione percepita può differire anche sensibilmente dal dato medio.

Nel corso del 2025 l’andamento dei prezzi è stato eterogeneo. Alcune voci di spesa hanno registrato una diminuzione rispetto all’anno precedente, in particolare i costi per abitazione ed energia, scesi del 2,3 per cento, e quelli per le comunicazioni, in calo del 4,8 per cento. Altre categorie, invece, hanno segnato aumenti più marcati. I rincari maggiori hanno riguardato i servizi ricettivi e di ristorazione, cresciuti del 4,1 per cento, i servizi sanitari, aumentati del 3 per cento, e i prodotti alimentari, in aumento del 2,4 per cento. Questa distribuzione disomogenea contribuisce a spiegare perché molte famiglie percepiscano un’inflazione più elevata rispetto alla media, soprattutto quando una quota rilevante della spesa è concentrata in queste categorie.

Il deficit scende, il debito resta alto

Secondo le stime del governo, nel 2025 il deficit dello Stato dovrebbe attestarsi al 3 per cento del PIL. Il dato indica che la spesa pubblica continua a superare le entrate, ma è in linea con le regole europee e rappresenta il livello più basso dal 2020. Rispetto al 2024, quando il deficit era pari al 3,4 per cento, si registra quindi un miglioramento. Anche il saldo primario, che misura la differenza tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi sul debito, è previsto allo 0,9 per cento, in aumento rispetto allo 0,5 per cento dell’anno precedente.

Accanto a questi segnali positivi, il livello del debito pubblico resta elevato. Il rapporto tra debito e PIL è stimato al 136,2 per cento nel 2025, il che significa che il debito equivale a circa una volta e mezza il valore della ricchezza prodotta in un anno. Si tratta di un aumento rispetto all’anno precedente, ma inferiore a quanto inizialmente previsto. Il risultato è legato a un andamento dei conti pubblici più favorevole delle attese, anche se sul debito continuano a pesare i crediti di imposta legati ai bonus edilizi, che rappresentano ancora una voce rilevante di spesa. Secondo le previsioni, a partire dal 2027 il rapporto tra debito e PIL dovrebbe iniziare a diminuire.

Articolo tratto da Pagella Politica

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