Firmare per chiedere il referendum e votare NO non è una questione ideologica, ma un atto di difesa della democrazia costituzionale per impedire che il potere politico metta sotto controllo la magistratura
La riforma costituzionale della giustizia promossa dal ministro Carlo Nordio – ma voluta fortemente da Forza Italia e sostenuta da tutta la maggioranza, a partire dalla premier Giorgia Meloni e dal vicepremier Matteo Salvini – divide l’opinione pubblica, le forze sociali e politica. Il punto centrale è la separazione assoluta delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Una modifica che, secondo molti giuristi, costituzionalisti e magistrati, non riguarda solo l’organizzazione interna della magistratura, ma l’equilibrio dei poteri dello Stato e le garanzie dei cittadini. Spostando – tanto per essere chiari – la bilancia dalla parte politica, che non tollera controlli o freni al proprio operato.
Le interpretazioni che alcuni sostenitori del Sì fanno circolare – ad esempio quelle per cui con la riforma casi come quello della “casa nel bosco” o il “delitto di Garlasco” non sarebbero avvenuti con la riforma – la dicono lunga sul tentativo di influenzare e/o manipolare l’opinione pubblica con un borbardamento mediatico che non ha uguali. Quei casi, come tanti altri citati in cui i giudici fanno l’opposto di quello che vorrebbero i pubblici ministeri, dimostrano esattamente il contrario. In questo quadro, firmare per chiedere il referendum e votare NO non è una questione ideologica, ma un atto di difesa della democrazia costituzionale.
Referendum, valanga di firme online
In poco più di una settimana – per giunta quella delle feste di Natale, quando l’attenzione pubblica solitamente si spegne – la raccolta firme contro la riforma Nordio aveva sfondato il muro delle 130mila sottoscrizioni. Un risultato che, al di là dei numeri, racconta molto dell’aria che si respira nel Paese: un movimento nato quasi in sordina, promosso da un gruppo di quindici giuristi, e che dal 22 dicembre corre sul sito del ministero della Giustizia, accessibile con Spid o Carta d’identità elettronica.
Aggiornamento al 9 gennaio 2026 ore 17.05: le firme raccolte sono 289.913, pari al 57% del quorum necessario
Qui il link per firmare sul sito del ministero
L’iniziativa, partita con passo deciso, negli ultimi giorni ha cambiato ritmo. Il balzo in avanti è arrivato quando i leader dell’opposizione – su tutti il presidente del M5s Giuseppe Conte e la segretaria del Pd Elly Schlein – hanno deciso di metterci la faccia, trasformando una campagna digitale in un test politico di fine anno. Finalmente l’opposizione pare essersi svegliata, visto che finora le ragioni del NO erano affidate soprattutto alla magistratura.
Eppure, dal punto di vista formale, la battaglia delle firme non era indispensabile: il referendum sulla riforma è già stato richiesto ufficialmente in Parlamento, sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Ma la mobilitazione popolare, dichiarano i promotori, aveva un obiettivo preciso: impedire al governo di correre. E, almeno per ora, sembra essere riuscita nel suo intento.
Contro le aspettative – e contro le indiscrezioni della vigilia – il Consiglio dei ministri di lunedì, l’ultimo del 2025, non ha fissato la data del voto. Una marcia indietro improvvisa, che a Palazzo sussurrano sia legata proprio alla crescita inattesa della raccolta firme. Ma a pesare sarebbe stata anche la prudenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, cui spetta formalmente indire la consultazione: il Colle avrebbe manifestato più di una perplessità di fronte all’idea di accelerare il calendario referendario.
Così, nel giro di pochi giorni, quello che sembrava un atto simbolico ha assunto il peso di un vero segnale politico: un monito, rivolto al governo, che la partita sulla riforma della giustizia non potrà essere giocata in apnea né decisa con un colpo di mano.
Perché è giusto firmare per chiedere il referendum
La Costituzione prevede che i cittadini possano chiedere un referendum confermativo sulle riforme costituzionali. La maggioranza parlamentare ha già raccolto le firme dei deputati e dei senatori a sostegno della consultazione: è un atto legittimo e previsto dalla Carta. Tuttavia, la raccolta di firme popolari non si oppone a quella parlamentare: vi si affianca, come stabilito dall’articolo 138, rafforzando la partecipazione diretta dei cittadini.
Questa partecipazione ha diverse implicazioni essenziali:
1. Garantire pluralismo nella campagna referendaria
Le firme popolari danno al Comitato per il No il diritto a spazi televisivi, radiofonici e informativi paritari. Senza la raccolta popolare, il Comitato rischierebbe un accesso più limitato ai media, con conseguenze sull’equilibrio del dibattito pubblico.
2. Evitare un “blitz” sui tempi del voto
Tra costituzionalisti e forze sociali si è diffuso il timore che il Governo possa anticipare il referendum a inizio marzo 2026, prima della conclusione del periodo di raccolta firme (30 gennaio 2026), riducendo il tempo a disposizione per il confronto pubblico. La raccolta delle firme popolari rende molto più difficile una convocazione così anticipata, perché costringerebbe l’esecutivo ad attendere la scadenza del termine e a fissare il voto più avanti nel tempo.
3. Assicurare un dibattito approfondito e informato
Una data troppo ravvicinata comprimerebbe il tempo necessario affinché i cittadini comprendano appieno la portata della riforma. Firmare significa dunque proteggere il diritto a un’informazione completa e a una campagna elettorale equilibrata.
Referendum, perché è giusto votare NO: le ragioni del Comitato
Il Comitato per il No, insieme a larga parte della magistratura, ritiene che la riforma rischi di indebolire gravemente l’indipendenza della giustizia.
1. Indipendenza della magistratura a rischio
La separazione delle carriere, secondo i critici, non è accompagnata da garanzie adeguate per evitare interferenze del potere politico nell’attività dei pubblici ministeri. La nuova architettura istituzionale potrebbe favorire un rapporto gerarchico più stretto tra PM e Ministero della Giustizia, compromettendo quel principio di autonomia che tutela i cittadini da abusi e discriminazioni.
2. Il timore di una Procura sotto controllo politico
È questo l’aspetto più delicato e più discusso. Il rischio paventato da molti giuristi è che la riforma apra la strada alla creazione di procure meno autonome, più esposte all’indirizzo dell’esecutivo e meno libere di indagare su reati che coinvolgono esponenti del Governo, amministratori pubblici, imprenditori collegati alla politica o centri di potere economico.
L’indebolimento dell’indipendenza del PM potrebbe:
- ridurre i contrappesi democratici nel controllo della legalità;
- diminuire le garanzie per i cittadini non abbienti, spesso difesi soprattutto dall’azione autonoma delle procure;
- rendere più difficile contrastare corruzione, malversazioni, turbative d’asta, peculato e abusi d’ufficio;
- aumentare la possibilità che decisioni rilevanti sulle indagini finiscano sotto influenza politica.
In una democrazia, l’indipendenza del PM non è un privilegio corporativo, ma un baluardo contro le derive autoritarie e gli abusi amministrativi.
3. Rischio di aumentare la politicizzazione
Se il potere politico avesse anche solo un’influenza indiretta sulle procure, la giustizia perderebbe il suo ruolo di “potere terzo”. La percezione stessa dell’imparzialità verrebbe compromessa, con un danno gravissimo alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Referendum, le ragioni del NO secondo Nicola Gratteri

Il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri, da sempre in prima linea nella lotta alle mafie e alla corruzione, ha espresso posizioni molto chiare. Con la sua popolarità Gratteri è l’esponente più credibile ed efficace del fronte del NO, ed è per questo che la stampa di destra, gli esponenti politici, i giornalisti, gli avvocati lo attaccano seppur con modalità differenti. In questi giorni una serie di fake news, bugie e strumentalizzazioni puntano a colpirlo senza però riuscire a minarne il prestigio nell’opinione pubblica.
1. Parlare alla gente, non alle élite
Gratteri insiste sulla necessità di spiegare ai cittadini, con parole semplici, che l’indipendenza dei PM serve a proteggere chi non ha voce, non chi ha potere.
2. Il rischio di un PM dipendente dall’esecutivo
Secondo Gratteri, la riforma rischia di creare un sistema in cui il PM diventa più vulnerabile a indirizzi o pressioni politiche. Se l’azione penale venisse anche solo percepita come “orientabile”, ne soffrirebbe la capacità dello Stato di indagare corruzione, criminalità organizzata e mala gestione della cosa pubblica.
3. La riforma non affronta i problemi reali
La separazione delle carriere non accelera i processi, non risolve la carenza di organico, non migliora l’efficienza dei tribunali. Anzi, rischia di distogliere attenzione e risorse da ciò che davvero servirebbe ai cittadini.
4. Le altre riforme che, secondo Gratteri, indeboliscono le indagini
Gratteri ha denunciato come alcune scelte dell’attuale governo stiano già compromettendo l’efficacia dell’azione giudiziaria. In particolare:
- L’abolizione o lo svuotamento dell’abuso d’ufficio, che priva le procure di uno strumento essenziale per contrastare irregolarità, favoritismi e distorsioni nella gestione degli appalti e della pubblica amministrazione. Secondo Gratteri, ciò apre spazi più ampi a corruzione e mala gestione.
- La necessità di avvisare l’indagato prima dell’applicazione di misure cautelari, che rischia di vanificare la segretezza delle indagini e permette ai sospettati di fuggire, distruggere prove o coordinarsi con altri indagati.
A suo avviso, questi interventi, sommati alla riforma costituzionale, delineano un progetto complessivo che rende la magistratura — soprattutto quella inquirente — meno autonoma e meno capace di agire come vero contrappeso al potere politico ed economico.
Referendum, un impegno civico
Firmare e votare NO significa difendere un principio cardine della democrazia italiana: nessun potere deve essere privo di contrappesi. Un sistema giudiziario indipendente non serve ai magistrati, ma ai cittadini.
La riforma della giustizia incide sul cuore dello Stato di diritto: per questo è fondamentale che venga discussa senza forzature, nella massima trasparenza, e con il contributo di tutti.
Sostenere il referendum, e votare NO, è un modo per proteggere l’indipendenza della magistratura, il pluralismo dei poteri e le garanzie di legalità che tutelano ogni cittadino.


