giovedì, 15 Gennaio 2026

Meloni, la magistratura come alibi e i numeri che non tornano

Il conflitto che non c’è e l’economia che invece c’è (purtroppo): l’Italia non cresce, i salari arretrano, la produttività non riparte

La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni, come abbiamo già scritto su Sud e Futuri, è stata un piccolo manuale di comunicazione politica applicata: colpo al cerchio, colpo alla botte, qualche schivata elegante sui dossier internazionali più scivolosi, molta narrazione e pochissime risposte sostanziali.

C’è però un terreno sul quale la Presidente del Consiglio smette i panni della funambola e diventa improvvisamente netta, quasi tranchant: il rapporto con la magistratura. Ed è qui che il racconto si fa non solo parziale, ma apertamente strumentale, soprattutto in vista del referendum sulla separazione delle carriere che, come ha annunciato la nostra Presidente del consiglio, si terrà presumibilmente il 22-23 marzo.

Meloni e i suoi alibi: il “conflitto che non c’è” (ma che fa molto comodo)

Meloni ha respinto l’idea di uno scontro tra magistratura e forze dell’ordine, parlando di un “conflitto che non c’è” e rivendicando il massimo rispetto per entrambi gli ambiti dello Stato. Una dichiarazione rassicurante, quasi istituzionale. Peccato che, poche frasi dopo, il sottotesto torni quello di sempre: la sicurezza messa a rischio da una parte della magistratura.

Vale la pena riportare quanto scritto da Paolo Pagliaro nel suo “punto” su 9colonne.it:

«Citando tre casi concreti, Giorgia Meloni è tornata a ripetere che la magistratura spesso vanifica il lavoro delle forze dell’ordine. E’ un refrain che ci accompagnerà da qui al referendum. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia raccontano però una realtà diversa. In Italia le indagini sono dirette dai pubblici ministeri e svolte dalla polizia giudiziaria: è una collaborazione strutturale e quotidiana, non un rapporto conflittuale. Secondo le relazioni del ministero al Parlamento ogni anno i giudici emettono 80.000 misure cautelari personali, frutto dell’attività investigativa delle forze dell’ordine. Si tratta di provvedimenti autorizzati dopo una valutazione autonoma del giudice, a conferma della solidità, nella maggioranza dei casi, dell’impianto accusatorio».

Prosegue Pagliaro: «Ancora più significativo è l’esito finale dei procedimenti. Le stesse relazioni ministeriali mostrano che solo il 10% delle misure cautelari risulta associato a procedimenti conclusi con assoluzione o proscioglimento. Nella grande maggioranza dei casi, quindi, le misure si inseriscono in procedimenti che sfociano in condanne o in altre definizioni di responsabilità penale. Un ulteriore indicatore è quello delle ingiuste detenzioni. Sempre secondo i dati del Ministero della Giustizia, le domande di riparazione accolte in un anno sono poco poche centinaia, dunque una quota molto limitata rispetto al numero complessivo delle misure emesse, a dimostrazione che gli errori gravi esistono ma non hanno certo carattere sistemico».

Conclude Paolo Pagliaro: «Le divergenze tra magistrati e forze dell’ordine, quando emergono, sono spesso l’effetto delle leggi vigenti: limiti alla custodia cautelare, regole probatorie, termini di durata delle indagini stabiliti dal Parlamento e applicati dai giudici. Non sono il segno di uno scontro istituzionale, ma del funzionamento delle garanzie dello Stato di diritto».

Meloni e i suoi alibi: è sempre colpa degli altri

È una linea ormai consolidata: se qualcosa non funziona sul fronte sicurezza, la responsabilità viene spostata altrove. Non sul Governo, non sul Ministero dell’Interno, non su una maggioranza che ha approvato una raffica di provvedimenti bandiera più utili ai titoli dei giornali che alla sicurezza reale dei cittadini.

Come hanno sottolineato Fanpage e Il Fatto Quotidiano nei loro resoconti critici, il paradosso è evidente: mentre si accusano i giudici di “liberare i delinquenti”, si dimentica che molte norme approvate da questa maggioranza hanno indebolito prevenzione, inclusione sociale e strumenti investigativi, cioè esattamente ciò che rende un Paese più sicuro nel medio-lungo periodo.

Ma la narrazione funziona. Perché individuare un “nemico interno” è sempre più semplice che fare i conti con le proprie responsabilità.

Meloni, i suoi alibi e l’economia: il grande elefante nella stanza

Se sulla magistratura Meloni alza la voce, sull’economia il tono si abbassa, le risposte si fanno evasive, il quadro improvvisamente si sfoca. Eppure, è proprio qui che i nodi stanno arrivando al pettine, soprattutto mentre gli effetti del PNRR e delle politiche espansive degli anni passati iniziano lentamente a esaurirsi.

Durante la conferenza stampa, uno dei pochi a rompere il rituale delle domande innocue è stato Marco Galluzzo del Corriere della Sera, come ha ricostruito puntualmente Lorenzo Tosa su Facebook.

Galluzzo ha fatto una cosa ormai rivoluzionaria per una parte (fortunatamente non tutta) del giornalismo italiano: ha citato dati. Dati che raccontano un Paese molto diverso da quello dipinto dalla Presidente del Consiglio:

  • produzione industriale stagnante;
  • salari reali italiani fanalino di coda in Europa, con un gap di 6-7 mila euro rispetto alla media UE (fonte Banca d’Italia ed Eurostat);
  • produttività del lavoro in calo nel 2023 e nel 2024 (dati Istat);
  • crescita della produttività italiana ferma allo 0,2-0,3% annuo contro oltre l’1% europeo;
  • occupazione in aumento, sì, ma senza un corrispondente aumento del PIL, inchiodato al solito “zero virgola”.

Il confronto con la Spagna è impietoso: cresce tre o quattro volte più dell’Italia e ha superato perfino la Germania in termini di produttività. Altro che eccezione italiana.

La risposta politica a tutto questo? Praticamente nessuna. Nessun progetto strutturale di politica industriale, nessuna visione capace di legare salari più alti a imprese più produttive. Solo rivendicazioni sparse e molta fiducia nella narrazione.

Quando Galluzzo viene persino interrotto perché la domanda “è troppo lunga”, la sua replica – “Mi scuso se ho citato dei dati” – diventa il manifesto involontario di questa stagione: i numeri danno fastidio perché rompono la favola.

Meloni e i suoi alibi: rigori a porta vuota, ma la partita è lunga

Giorgia Meloni resta una comunicatrice abilissima. In un contesto di opposizione debole e spesso autoreferenziale, può permettersi di tirare rigori a porta vuota, tra gli applausi di uno stadio amico.

Ma fuori dal campo metaforico, nel Paese reale, restano problemi strutturali enormi: un’economia che non cresce, salari che arretrano, una produttività che non riparte e una sicurezza raccontata più che costruita.

Il “conflitto che non c’è” con la magistratura serve allora a coprire quelli che invece ci sono davvero: tra propaganda e realtà, tra narrazione e numeri, tra consenso immediato e futuro del Paese.

E quelli, prima o poi, presentano sempre il conto.

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