giovedì, 19 Febbraio 2026

Piccole manovre elettorali in un mondo che sta deragliando

Giorgia Meloni teme il responso delle urne e tenta di varare una legge elettorale che favorisca il centrodestra: ma nessuno pensa alle paure, ai problemi e alle questioni impellenti che agitano il sonno degli italiani

Piccole manovre elettorali. Con un mondo impazzito che rischia di deragliare non si sa bene in quale direzione, dalla politica italiana ci sarebbe da aspettarsi qualcosa di meglio di una trita rincorsa alla demagogia pre-elettorale. D’accordo, alle elezioni politiche manca circa un anno e qualche mese, potrebbe anche darsi che venissero anticipate un poco anche se a stare alle previsioni di chi frequenta i gangli della vita politica l’ipotesi non trova grande credito (a meno, ovviamente, di sussulti oggi imprevedibili). Si capisce che alle forze politiche sembri un tempo non così ampio se si vogliono spostare in modo significativo dei consensi da un campo all’altro, magari riuscendo a recuperare un poco di astensione.

L’idea largamente condivisa nei loro vertici è che, se la distribuzione del voto rimane più o meno quella che si può ricavare dai sondaggi, la partita sia assolutamente in bilico, con un’alta probabilità di avere un parlamento senza una solida maggioranza, dunque soggetto a tutte le possibili fluttuazioni con una classe politica in cui se non tutti, una buona parte alla fine in circostanze del genere si comporta senza seguire le indicazioni dei partiti.

Manovre elettorali e Parlamento “appeso”

Gli inglesi chiamano questa situazione “il parlamento appeso”, ma tant’è: il nocciolo duro è che in condizioni del genere non solo si fatica a mettere in piedi un governo stabile, ma si dovrà affrontare nel 2029 una elezione del successore di Mattarella con tutti i giochetti, trasformistici e non, immaginabili (ci siamo andati vicini anche l’altra volta, quando quasi per miracolo si è riusciti a far prevalere la conferma dell’inquilino del Quirinale).

Come si è già avuto modo di scrivere, è per queste ragioni che la maggioranza, ma in specie Giorgia Meloni, tenta di varare una legge elettorale che col meccanismo del premio di maggioranza al vincitore relativo eviti questo rischio. Naturalmente lei è convinta di avere le carte migliori per riuscire nell’impresa nonostante un più che scarso entusiasmo da parte dei suoi alleati, a meno che il premio di maggioranza non venga predeterminato in modo da essere distribuito in modo paritario fra tutti loro: è complicato da normare in modo diverso (e non assurdamente cervellotico) dovendo tener conto per una distribuzione bilanciata dei risultati elettorali dei singoli partiti che formano la coalizione, risultati che, ovviamente, si conoscono solo ad urne scrutinate (e dunque ogni partito non sa bene come gli potrà andare…).

Manovre elettorali e opposizioni incerte

Comprensibilmente le opposizioni sono combattute non tanto perché contrarie al premio di maggioranza, ma perché non sono certe di riuscire a coalizzarsi e, in caso di vittoria, a trovare poi un equilibrio gestibile fra di loro. Per questo al momento fanno muro, crediamo nella speranza che alla fine sia la maggioranza attuale a varare quel tipo di legge, costringendole così alla coalizione obbligata per provare a conseguire la vittoria.

Il dibattito, che è più sviluppato di quanto non si voglia far credere, anche se al momento è nelle mani dei “tecnici” dei vari schieramenti, incide in maniera relativa sull’andamento della vita politico-parlamentare. Tutti gli sforzi sono concentrati sulla mobilitazione degli elettorati già fidelizzati ai vari partiti (o che sono ritenuti tali) a cui si somministrano le rispettive demagogie.

È interessante notare che comportamenti di questo tipo non facilitano certo l’allargamento dei bacini di consenso che ciascuna parte politica bene o male rappresenta: la domanda di questi segmenti, che sono i pasdaran della politica italiana, è la radicalizzazione delle posizioni, anche perché è questo che favorisce i parlamentari già in servizio e i quadri dei partiti nella competizione per le candidature. Con la radicalizzazione però non si conquista né la componente riflessiva dei votanti, che sono perplessi di fronte alle spacconate dominanti, né quella parte di elettorato che si è rifugiata nell’astensione per rigetto di una politica senza spessore.

Altro che manovre elettorali, urge compattare il paese su altri temi

Per superare questa impasse senza manipolazioni eccessive del sistema di voto (manipolazioni di quel tipo danno sempre cattivi risultati), sarebbe necessario compattare il Paese su alcuni grandi temi, dove la contrapposizione non fosse quella artificiosa delle fazioni radicali, ma quella razionale fra soluzioni diverse, ma tutte possibili, su questioni che realmente toccano le preoccupazioni più forti della pubblica opinione.

È abbastanza singolare che non si comprenda come nel momento attuale la politica internazionale possa essere una di queste. È molto sentito il timore che una situazione confusa e conflittuale nelle relazioni internazionali, dove stanno venendo meno tutte le regolamentazioni e le strutturazioni che si erano tentate dopo la Seconda Guerra Mondiale, possa avere esiti più che preoccupanti, ma è difficile che questo possa essere sanato con fughe mirabolanti nell’utopia o con beceri sfruttamenti delle diatribe alimentate dagli scontri fra potenze neo imperiali.

Manovre elettorali: la gente è ancora abbastanza “vaccinata”

La gente è ancora abbastanza vaccinata dalle vicende passate sia per resistere ai mirabolanti sogni di gloria e grandezza, sia per non farsi irretire dalle utopie sull’avvento di chi sa quale sole dell’avvenire, perciò si aspetterebbe una classe politica capace di trovare convergenze per far fronte comune di fronte agli sbandamenti che vediamo in corso su più fronti.

Certo questo andrebbe fatto partecipando al tentativo di rivitalizzare al massimo l’Europa, visto che solo in quest’ottica si può sperare di resistere al montare dei nuovi imperialismi. Occorrerebbe partire dal varare politiche che affrontino i non pochi ritardi della UE, considerando anche i molti nemici che vogliono impedirglielo: come ha detto Draghi, a cui opportunamente è stato conferito il premio Carlo Magno. Ma vorremmo che gli fosse dato come profeta di una rinascita che si può avviare e non come ultima Cassandra che, inascoltata, ha ammonito sull’avvio della caduta del sistema.

Fonte MentePolitica.it

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