“Troppo virale”: Meta oscura Barbero sul NO al referendum

Il video del professore censurato da Facebook per informazioni fuorvianti che in realtà erano analisi storiche e politiche sulla riforma

C’è qualcosa di strano nella vicenda del video di Alessandro Barbero oscurato da Meta perché ritenuto “troppo virale”. Non per contenuti violenti, discriminatori o apertamente falsi, ma per una valutazione politica giudicata “fuorviante” da un sistema di fact checking esterno. Una storia che, più che rassicurare sulla lotta alla disinformazione, solleva interrogativi seri sul controllo del dibattito pubblico.

Come ricostruito da Il Fatto Quotidiano nell’articolo di Virginia Della Sala del 23 gennaio 2026, Meta ha ridotto drasticamente la visibilità su Facebook di un video dello storico Alessandro Barbero sul referendum sulla giustizia e sulla separazione delle carriere. La ragione ufficiale? Il video circolava troppo e conteneva affermazioni considerate “false” o “fuorvianti” dal fact checking affidato a Open, partner della piattaforma.

Meta e Barbero: sul referendum il professore offre analisi storiche

Il punto, però, è proprio questo: Barbero non diffonde dati inventati, ma espone un’analisi storica e politica sugli effetti della riforma, in particolare sull’indebolimento del Consiglio superiore della magistratura e sul rischio di una maggiore concentrazione del potere in capo all’esecutivo. Si può non condividere la sua lettura, ma è difficile sostenere che si tratti di affermazioni falsificabili in senso stretto. Sono opinioni argomentate, non fake news.

Eppure, il meccanismo del fact checking le tratta come tali. L’etichetta di “informazione falsa” non cancella il video, ma lo seppellisce algoritmicamente, rendendolo di fatto invisibile. Una censura morbida, ma efficace. Ancora più paradossale è la spiegazione secondo cui, per evitare la penalizzazione, Barbero avrebbe dovuto trasformare il video in una sorta di lunga lezione iper-dettagliata, compatibile con gli standard dei fact checker ma del tutto incompatibile con il linguaggio e i tempi dei social.

Meta e Barbero: quando un’opinione critica diventa “troppo visibile” per essere tollerata?

Meta distingue tra varie categorie – “falso”, “alterato”, “parzialmente falso” – ciascuna con un diverso grado di riduzione della distribuzione. Nel caso di Barbero è stata scelta l’opzione più punitiva. Non perché il contenuto fosse pericoloso, ma perché efficace, capace di raggiungere centinaia di migliaia di persone e di incidere sul dibattito.

La domanda allora diventa inevitabile: quando un’opinione critica diventa “troppo visibile” per essere tollerata? E chi decide quale interpretazione politica possa circolare liberamente e quale no? Come osserva Il Fatto Quotidiano, non esiste un criterio oggettivo che stabilisca quando un video diventi “critico” in base al numero di visualizzazioni. La decisione resta nelle mani della piattaforma e dei suoi partner.

In un contesto referendario già segnato da disaffezione e scarsa informazione, la scelta di limitare la circolazione di una voce autorevole e argomentata come quella di Barbero appare quantomeno discutibile. Più che un argine alla disinformazione, questo episodio assomiglia a un precedente pericoloso: il fact checking che smette di verificare i fatti e inizia a disciplinare le opinioni.

Domanda: se lo stesso criterio fosse applicato ai video di Meloni e Salvini – per non parlare di Trump – quanti ne resterebbero in circolazione?

Valeria Bocci
Valeria Bocci
ricercatrice giuridica, giornalista

leggi anche

PRIMO PIANO

gli ultimi articoli