L’esperienza americana dimostra come, persino in una democrazia costituzionalmente solida, l’indipendenza della magistratura possa essere progressivamente erosa attraverso nomine politiche, pressioni sull’azione penale e tentativi di subordinazione delle procure all’esecutivo
Trump e il tentativo di controllo dei giudici, una questione che interessa anche il nostro paese per i possibili risvolti nel dibattito referendario. Mentre in Italia il confronto sulla separazione delle carriere dei magistrati si fa sempre più acceso, con il timore che una riforma mal congegnata possa aprire la strada a un controllo politico del pubblico ministero, negli Stati Uniti l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo è da tempo al centro di una tensione istituzionale profonda. Una tensione che, come ricostruisce sulla testata FirstOnline Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti all’Università di Padova, ha conosciuto un’accelerazione senza precedenti con le presidenze di Donald Trump.
Trump e il controllo dei giudici: il campanello d’allarme in vista del referendum
L’analisi di Stefano Luconi sul sistema giudiziario statunitense sotto le presidenze di Donald Trump offre una lezione cruciale anche per l’Italia. L’esperienza americana dimostra come, persino in una democrazia costituzionalmente solida, l’indipendenza della magistratura possa essere progressivamente erosa attraverso nomine politiche, pressioni sull’azione penale e tentativi di subordinazione delle procure all’esecutivo.
Il caso Trump rivela che la separazione formale dei poteri non basta a impedire derive autoritarie se qualcuno indebolisce le garanzie sostanziali di autonomia dei magistrati. In questo quadro, il referendum italiano sulla separazione delle carriere solleva interrogativi profondi: senza adeguati contrappesi, il rischio è aprire la strada a un controllo politico del pubblico ministero e a un uso selettivo della giustizia. La storia recente degli Stati Uniti mostra che quando la magistratura smette di essere un contropotere effettivo, l’equilibrio democratico entra in una zona di pericolo reale.
Trump e il controllo dei giudici: lo scontro diretto tra il tycoon e la magistratura
Il rapporto tra Trump e la giustizia è segnato da un conflitto strutturale. Dopo la sconfitta elettorale del 2020, l’ex presidente è stato coinvolto in quattro procedimenti penali, con novantuno capi di imputazione complessivi, oltre a una condanna civile per molestie sessuali e diffamazione e a una penale per l’uso illecito di fondi elettorali nel caso Stormy Daniels. Trump ha reagito presentandosi come vittima di una giustizia politicizzata e manovrata dall’amministrazione democratica di Joe Biden. Parallelamente, però, proprio la magistratura ha rappresentato uno dei principali argini alla deriva autoritaria trumpiana. Già nel 2017, i giudici federali costrinsero la Casa Bianca a rivedere il “Muslim Ban”, limitando un decreto che colpiva indiscriminatamente cittadini di Paesi a maggioranza musulmana.
Trump e il controllo dei giudici: quando l’argine inizia a cedere
Secondo Luconi, negli ultimi anni questo argine ha mostrato crepe significative. La sentenza Trump v. United States del 1° luglio 2024 ha riconosciuto al presidente un’ampia immunità per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni. A ciò si aggiungono i dati emersi da un’inchiesta del New York Times (11 gennaio 2026): nel 2025, su 145 ricorsi contro provvedimenti dell’amministrazione Trump, le corti d’appello federali hanno dato ragione al governo in 132 casi.
Emblematico è l’episodio del marzo 2025, quando l’amministrazione ignorò un’ordinanza del giudice James E. Boasberg che sospendeva la deportazione di immigrati venezuelani, aggirando di fatto il controllo giudiziario con una forzatura procedurale.
Trump e il controllo dei giudici: il sistema giudiziario nel federalismo statunitense
Luconi ricostruisce con precisione l’architettura del sistema giudiziario americano, fondato su un doppio livello: statale e federale. I giudici statali possono essere eletti, nominati dai governatori o scelti con sistemi misti; i procuratori distrettuali statali sono elettivi nella maggioranza degli Stati.
I giudici federali, invece, sono nominati a vita dal presidente con conferma del Senato, mentre i capi delle procure federali hanno mandati quadriennali e possono essere rimossi dal presidente. È proprio qui che si apre uno spazio strutturale di possibile interferenza politica, soprattutto in assenza dell’obbligatorietà dell’azione penale.
Trump e il controllo dei giudici: l’indipendenza formale e l’influenza politica reale
La Costituzione statunitense tutela l’indipendenza dei giudici federali attraverso il mandato a vita. Tuttavia, come sottolinea Luconi, la politica ha sempre cercato di orientare la giurisprudenza attraverso nomine ideologicamente compatibili. Il caso della mancata conferma di Robert Bork nel 1987 resta emblematico di questo equilibrio conflittuale.
Ancora più evidente è la politicizzazione delle procure federali, il cui mandato è modellato sulla durata delle amministrazioni presidenziali. Se da un lato ciò consente margini di autonomia operativa, dall’altro espone l’azione penale a un rischio di uso selettivo e strumentale.
Trump e il controllo dei giudici: la svolta ideologica delle corti d’appello
Durante la sua prima presidenza, Trump ha nominato quasi un terzo dei giudici federali in carica. Secondo i dati citati da Luconi, nel 2025 i giudici da lui designati hanno dato ragione al governo nel 92% dei casi, contro il 68% di quelli nominati da altri presidenti repubblicani e il 27% di quelli scelti da amministrazioni democratiche.
Le corti d’appello assumono un ruolo cruciale perché la Corte Suprema accetta solo una minima parte dei ricorsi. Le riforme procedurali del Senato, che hanno limitato l’ostruzionismo sulle nomine, hanno ulteriormente rafforzato il potere del presidente di incidere sull’orientamento della giurisprudenza.
Trump e il controllo dei giudici: le procure come strumenti di lotta politica
Nel secondo mandato alla Casa Bianca, la politicizzazione del sistema giudiziario trumpiano si è manifestata in modo particolarmente netto nelle nomine dei capi delle procure distrettuali federali. Cioè negli uffici incaricati dell’esercizio concreto dell’azione penale. In questo ambito, Donald Trump non si è limitato a cercare interlocutori istituzionalmente compatibili con la propria agenda, ma ha perseguito una strategia di uso politico delle procure, finalizzata a colpire avversari e a tutelare alleati.
La designazione di Lindsay Halligan alla guida della procura del distretto orientale della Virginia ha portato all’iniziativa giudiziaria contro James Comey, ex direttore dell’FBI, e contro Letitia James, procuratrice generale dello Stato di New York, entrambi protagonisti di indagini che avevano coinvolto direttamente Trump e il suo entourage. Nel New Jersey, la nomina di Halina Habba si è tradotta in un’azione penale contro la deputata democratica LaMonica McIver, colpita mentre svolgeva un’attività di controllo istituzionale sulle politiche migratorie dell’amministrazione federale.
Infine, nel distretto meridionale di New York, Jay Clayton ha promosso l’incriminazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, ma in precedenza aveva archiviato le accuse contro l’allora sindaco democratico Eric Adams, in un contesto che ha alimentato il sospetto di uno scambio politico legato alla gestione delle retate dell’ICE. Nel loro insieme, questi casi delineano una torsione profonda dello Stato di diritto. L’azione penale viene sottratta alla logica dell’imparzialità e ricondotta a una dinamica di fedeltà politica, con effetti potenzialmente devastanti sull’equilibrio tra i poteri.
Trump e il controllo dei giudici: il ruolo ambiguo della Corte Suprema
Luconi invita alla cautela anche nel valutare l’atteggiamento della Corte Suprema. In più occasioni, il massimo organo giudiziario ha contrastato decisioni dell’amministrazione Trump, dalla deportazione illegittima di immigrati all’uso della Guardia nazionale contro le proteste interne. Persino giudici nominati da Trump, come Brett Kavanaugh, hanno espresso preoccupazioni per il rischio che un potere di rimozione indiscriminato dei funzionari federali possa compromettere l’equilibrio costituzionale.
Trump e il controllo dei giudici: una lezione per l’Italia
L’analisi di Stefano Luconi mostra come il controllo politico della magistratura non sia un rischio astratto né confinato a sistemi istituzionali fragili. Gli Stati Uniti hanno come pilastro costituzionale l’indipendenza dei giudici: eppure anche qui l’esecutivo ha prodotto torsioni profonde.
È una lezione che parla direttamente all’Italia. Se il referendum sulla separazione delle carriere dovesse vincere senza adeguate garanzie, il rischio di un indebolimento dell’autonomia del pubblico ministero e di una sua progressiva subordinazione al potere politico non può essere sottovalutato. La storia americana recente suggerisce che una volta aperta la breccia, ricostruire gli argini della democrazia può diventare estremamente difficile.


