Wayward

8 episodi, miniserie, 2025, Canada
di e con Mae Martin, Alyvia Alyn Lind, Sydney Topliffe, Toni Collette, Sarah Gadon

Netflix

No, non è Twin Peaks. Che è nata prima di me, ma non dimostra la sua età. Però un po’ le assomiglia Wayward, questa serie canadese che arrivata in Italia ha avuto l’aggiunta automatica di due punti e, dopo, della traduzione: Ribelli. Come ci sono arrivata? Ottimo push, qualche suggestione di troppo – L’Istituto di Stephen King, The OA (che ancora cerco di ricordare se mi è piaciuta o no).

E poi lui/lei/loro. Mae Martin, creatura nata in Canada che si definisce non binaria, queer, bisessuale, che usa perlopiù la terza persona plurale per definire le sue tante identità. Una forza della natura: è comica, attrice, sceneggiatrice, cantante. Ed amante delle esplorazioni: dopo quella sulla propria identità di genere e sulla propria sessualità – ha scritto e intepretato la serie Feel Good, che non ho visto: aspettatevi una mia recensione a breve – è approdata a quella dell’adolescenza e dei ribelli. Wayward, appunto.

Lo ha spiegato in un’intervista a EW: “Quando ero adolescente, la mia migliore amica finì in un centro per ragazzi difficili. Sono cresciuta in Canada, mentre lei è stata mandata negli Stati Uniti. Sono rimasta sconvolta quando è tornata e ha cominciato a raccontare quello che aveva vissuto, e come poi abbia iniziato a indagare su quel mondo – allora praticamente del tutto non regolamentato, chiuso e pieno di pratiche discutibili. Sapevo già ventenne che volevo scrivere su quel mondo, sull’adolescenza e su come affrontiamo i giovani considerati problematici. È un progetto nato dalla passione che porto con me da tutta la vita.”

Nasce così, Wayward, che parte come thriller ma diventa altro. Aderente alla realtà? In qualche modo ricorda realtà lontane come l’organizzazione religiosa Synanon che negli anni Cinquanta ha diffuso e sperimentato metodi correttivi violenti e – pare – vere e proprie forme di tortura, fisica e psicologica, per liberare i “ragazzi difficili” dalla tossicodipendenza. Lontane, ma anche molto vicine, a pensare alla materia. Toni Collette è Evelyn, direttrice di queata sorta di scuola/riformatorio/centro di sperimentazione, la Tall Pines Academy.

Il Vermont è bello e inquietante, gioca bene la propria parte. Le due studentesse Leila (Alyvia Alyn Lind) e Abbie (Sydney Topliffe), come gli altri studenti, pure. I personaggi non solo male, neppure il protagonista, che Mae Martin ha scritto su misura: un ragazzo transgender, Alex, che lavora nelle forze dell’ordine. Ma.

Come dire? Mi è sembrata una marmellata, in cui è stato infilato un po’ tutto: horror, manipolazione, controllo (psicologico, sociale, familiare, istituzionale), utopia, potere, finzione, violenza. La deriva del “volemose bene”, del sogno hippy di natura, love & peace.
Forse arriverà la seconda stagione a dettagliare meglio i singoli profili, l’intreccio, la trama. E forse non la guarderò. Mi spiace per loro.

Veronica Ravelli
Veronica Ravelli
OSSERVATRICE PRATICANTE

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