La Grazia

film 133′, 2025, Italia
di Paolo Sorrentino

con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello

Quanta grazia ha La Grazia? Tanta, tantissima. Anche grazie (pardon) a Daria D’Antonio, eccellente direttore di fotografia: sono quadri, i suoi, che toccano dentro, che restituiscono il piacere dello sguardo. Penso all’apertura, magnifica, su un Toni Servillo / Mariano De Santis, presidente della Repubblica che ora sembra Cossiga, ora Mattarella, ora Veltroni. Ora se stesso. Penso alla memoria collinare dell’amata Aurora: arte macchiaiola pura. Ma sono infiniti gli esempi a disposizione.

Sorrentino è così: ti promette il mondo. Te lo dà, mescolando tutto: generi (partendo da quello musicale, che sa utilizzare benissimo), valori, temi. E poi te lo toglie. Il mondo, le risposte, gli approfondimenti.

La Grazia è stata salutata come un capolavoro. Il miglior film di Sorrentino, hanno detto in molti. Solo lui poteva affrontare così bene un tema tanto divisivo qual è l’eutanasia.
Vero? Intanto: chi sono io per giudicare il regista definito “uno dei pilastri del cinema italiano contemporaneo”? Mi spiego: ho adorato La Grande Bellezza. Mi sono piaciuti altri suoi film, come È stata la mano di Dio. Non ho amato Parthenope. Ogni volta che ho scritto dei suoi lavori mi sono accorta di quanto sia di-visivo, il costruttore visivo napoletano.

Non posso dire che non mi sia piaciuta La Grazia, sarebbe sbagliato. Ma neppure che mi sia piaciuta quanto speravo. Certo, non mi aspettavo una botta nello stomaco alla Mare Dentro di Amenábar, con uno Javier Bardem da dieci e lode. Anche lui, esattamente come Toni Servillo, regge l’intera narrazione. Ma là ai titoli di coda sono lacrime e sangue, dolore e rabbia, voglia di fare qualcosa per essere conseguenti alla denuncia pesante del film, al bisogno di dare diritto e voce a chi vuole poter disporre della propria vita e della propria morte. Qui… qui è tutto molto etereo, molto psicologico, molto dubitativo.
Di chi sono i nostri giorni? Questo è il fulcro di tutto, il mantra intorno al quale girano trama e intreccio.

Toni Servillo interpreta l’indecisione assoluta, l’incapacità di schierarsi da una parte, il bisogno di leggerezza assoluta. Che diventa sublimazione prima nella lacrima/goccia, poi nel suo sogno ad occhi aperti, al termine del semestre bianco. E la leggerezza, il bisogno di liberarsi di ogni peso, di vivere nell’assenza di gravità sono ottime basi per bella narrazione. Anzi, la leggerezza potrebbe essere il tema immaginifico, la sublimazione della grazia. L’orizzonte cui tendere. Il rischio è che diventi tutto troppo leggero, troppo acquerellato. Che tutto rimanga in superficie senza approfondire nulla, a parte le citazioni tanto care a Sorrentino (compreso il look bianco/rosso di Jep Gambardella).
Ecco, la mia sensazione è proprio questa: che il regista (anzi, lo sceneggiatore, perché là mi sembra siano concentrati i punti interrogativi) sia rimasto prigioniero di quella leggerezza che voleva rappresentare.

Se dovete vederlo?
Certo. Perché è comunque un film pieno di grazia cinematografica. E poi perché la bravura di Toni Servillo (sublime mentre ascolta la composizione del figlio in streaming), la fotografia, la delicatezza di alcune scene, ma soprattutto il cavallo agonizzante che sembra essersi reincarnato nel cane/robot che apre il corte su via Condotti, valgono il tempo del film. Ancora, perché i personaggi sorrentiniani camminano come sempre su un filo sottile, in cui la parodia diventa triste umanità. In cui ciò che gli altri pensano o dicono diventa il metro delle scelte di ciascuno. Infine, perché l’amore sembra essere l’unica forza capace di scardinare anche valori, principi, etica, morale.
Ma non cercate spunti per approfondire il tema del fine vita. Ne rimarreste delusi.

Elisabetta Roli
Elisabetta Roli
GIORNALISTA, CRITICA LETTERARIA E CINEMATOGRAFICA

leggi anche

PRIMO PIANO

Gratteri e la parodia in Tv: «Secondo me Crozza sbaglia accento»

Il Procuratore di Napoli ironizza sull'imitazione per il promo di "Fratelli di Crozza" rispondendo alla domanda di Paola Bottero durante l'incontro nel quartiere Settecamini a Roma

gli ultimi articoli