Il dato dell’esodo negli ultimi 10 anni per Cesare Damiano è “la punta dell’iceberg di una crisi più profonda che riguarda l’assenza di prospettive, la sfiducia nel futuro e la sensazione, sempre più diffusa, che in Italia la meritocrazia non abbia valore”
“Negli ultimi dieci anni più di 600mila giovani italiani hanno lasciato il Paese per cercare fortuna altrove e, nonostante questo sia uno degli indicatori più drammatici del malfunzionamento strutturale del sistema economico e sociale, in Italia non fa più notizia”. Lo afferma, in un intervento su L’Avvenire l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, sottolineando come “l’esodo non riguarda solo i figli delle famiglie benestanti che vogliono fare esperienza all’estero, ma coinvolge un’intera generazione di studenti brillanti, neolaureati qualificati, giovani artigiani, medici, ingegneri, infermieri, informatici e creativi”.
Fuga di cervelli, la punta dell’iceberg di una crisi chiamata sfiducia
“La cosiddetta fuga di cervelli – prosegue Damiano – è solo la punta dell’iceberg di una crisi più profonda che riguarda l’assenza di prospettive, la sfiducia nel futuro e la sensazione, sempre più diffusa, che in Italia la meritocrazia non abbia valore. Chi emigra non lo fa solo per guadagni più alti ma per vivere meglio, e sebbene queste motivazioni siano note da tempo, non è stato fatto molto per affrontarle davvero. Il mercato del lavoro italiano è segnato da una cronica instabilità e la maggior parte dei contratti offerti ai giovani è a tempo determinato, spesso di pochi mesi, con possibilità di rinnovo incerte, senza considerare una retribuzione tra le più basse d’Europa, che non riflette il livello di preparazione né la fatica dell’impegno”.
Ancora: “In molte città il costo della vita supera di gran lunga ciò che un giovane riesce a guadagnare nei primi anni di lavoro e questo vale anche per chi ha studiato e ottenuto una laurea, magari con il massimo dei voti, e si ritrova a fare tirocini gratuiti o sottopagati senza reali prospettive di assunzione”.
Fuga di cervelli, per l’Italia una perdita enorme in termini umani ed economici

Per Damiano “la perdita per l’Italia è enorme, e non solo in termini umani, infatti secondo studi recenti, tra cui quelli della Fondazione Leone Moressa, il nostro Paese ha investito circa 250.000 euro per formare ogni giovane che emigra – un investimento che comprende scuola, università, servizi pubblici e formazione generale. Se si considera che negli ultimi dieci anni se ne sono andati oltre 600.000 giovani, il conto si aggira sui 150 miliardi di euro, una cifra che pesa enormemente sul bilancio collettivo, soprattutto se si pensa che questi giovani contribuiranno alle tasse, alla previdenza sociale e a generare innovazione nei Paesi di accoglienza”.
Da questo punto di vista “si tratta di un trasferimento di risorse pubbliche a vantaggio di economie straniere che sostiene direttamente quei Paesi che riescono ad attrarre i nostri talenti, ma il paradosso è evidente: l’Italia investe in capitale umano che poi regala all’estero, mentre importa manodopera scarsamente qualificata per occupare posizioni a basso reddito”.
Fuga di cervelli, la prima urgenza è rendere il lavoro dignitoso e stabile
A fronte della crisi demografica e della perdita di dinamismo del Paese, il presidente di Lavoro&Welfare sostiene che “la prima urgenza è rendere il lavoro dignitoso e stabile, dunque occorre favorire l’assunzione a tempo indeterminato con incentivi mirati e semplificare le procedure per chi vuole avviare un’attività; il lavoro deve tornare a essere una fonte di autonomia e di riconoscimento, non una condanna alla precarietà.
Un altro pilastro fondamentale è il riconoscimento del merito, infatti troppi giovani percepiscono che in Italia le opportunità non sono distribuite in base alle competenze, ma alle conoscenze personali o ai legami familiari. Per invertire la rotta serve una svolta culturale e istituzionale che premi la qualità, l’impegno e l’innovazione attraverso bandi pubblici trasparenti, concorsi regolari, università ben finanziate, ma anche un sistema imprenditoriale capace di investire sui giovani, invece di considerarli un costo.
Ai giovani serve un paese in cui valga la pena restare
Infine, per trattenere i giovani serve costruire un Paese in cui valga la pena restare, un Paese sostenibile, inclusivo e attento alla qualità della vita. Le nuove generazioni sono sensibili ai temi ambientali, alla salute mentale, al benessere collettivo, vogliono città verdi, trasporti pubblici efficienti, spazi culturali, servizi accessibili e non cercano più solo un lavoro, ma anche senso, comunità e visione, e vogliono essere ascoltate e coinvolte. Trattenere i giovani in Italia non è una gentile concessione, è un dovere istituzionale e un investimento sul futuro”.
Fonte 9Colonne


