Ipsos certifica il vantaggio del No e il nervosismo di Giorgia

L’analisi di Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera mostra una tendenza crescente alla contrarietà alla riforma della giustizia mentre l’affluenza resta incerta

A poche settimane dal referendum costituzionale il clima politico si sta facendo sempre più acceso e il vantaggio del NO è certificato dal nervosismo della maggioranza e di Giorgia Meloni. Ma, paradossalmente, mentre il confronto pubblico diventa più duro, i contenuti effettivi della riforma sembrano interessare relativamente poco l’opinione pubblica.

È questo uno degli elementi che emerge dall’ultimo sondaggio realizzato da Ipsos e analizzato da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera. I dati indicano una dinamica politica che sta diventando sempre più evidente: la crescita del fronte del NO e le difficoltà della maggioranza nel mobilitare il proprio elettorato. In particolare nello scenario con una partecipazione al 42%, i SÌ arriverebbero al 47,6% (perdendo 1,8% rispetto al sondaggio del 12 febbraio) e i NO al 52,4%, con analogo incremento rispetto al sondaggio precedente.

NO in vantaggio ma sui contenuti ancora poca consapevolezza

Secondo l’indagine, nonostante l’intensità del dibattito pubblico nelle ultime settimane, l’informazione sui contenuti della riforma è cresciuta soltanto di quattro punti rispetto alla rilevazione precedente. Poco più del 50% degli italiani si considera almeno “abbastanza informato”, mentre la quota di chi si definisce “molto informato” rimane ferma al 10%.

Anche la percezione dell’importanza del referendum non cresce. Al contrario, registra una lieve flessione: il 58% degli intervistati considera la riforma almeno abbastanza importante, due punti in meno rispetto a tre settimane prima. Questi dati indicano una partecipazione emotiva ancora limitata. L’attenzione dell’opinione pubblica, infatti, negli ultimi giorni si è concentrata soprattutto sulla crisi internazionale legata all’attacco all’Iran, riducendo lo spazio per gli altri temi politici.

Di conseguenza, solo poco più del 40% degli elettori dichiara di seguire con una certa attenzione la campagna referendaria, mentre appena il 9% afferma di seguirla con molto interesse. Se il conflitto internazionale dovesse prolungarsi ancora per alcune settimane – come ipotizzato da Donald Trump – la mobilitazione sul referendum potrebbe rimanere limitata.

NO in vantaggio e affluenza stimata attorno al 42%

Un altro elemento cruciale riguarda la partecipazione al voto. Nel sondaggio precedente del 12 febbraio il 36% degli intervistati dichiarava di essere certo di andare alle urne e il 16% riteneva probabile farlo. Nell’ultima rilevazione i “sicuri” salgono al 37%, ma cala sensibilmente la quota di chi sta ancora valutando: dal 16% al 12%.

Nel complesso, la stima più realistica dell’affluenza si colloca oggi attorno al 42%. Questa previsione non si basa soltanto sulla dichiarazione di voto, ma anche sull’importanza attribuita alla riforma e sull’interesse per la campagna.

Considerando tutte queste variabili, la partecipazione massima potrebbe arrivare intorno al 49%, ma si tratta di uno scenario meno probabile allo stato attuale. Le differenze tra gli elettorati politici sono evidenti.

La mobilitazione maggiore si registra tra gli elettori dell’opposizione:

  • elettori del Pd: affluenza stimata al 63%
  • elettori del Movimento 5 Stelle: 57%
  • elettori di altre liste di centrosinistra: 51%

Nel campo della maggioranza la partecipazione appare più incerta. Fatta eccezione per gli elettori di Fratelli d’Italia (59%), la disponibilità a votare scende:

  • Forza Italia e Noi Moderati: 45%
  • Lega: 44%

Tra coloro che normalmente si astengono alle elezioni politiche, solo il 23% parteciperebbe al referendum.

Il vantaggio del No nello scenario più probabile

È però sulle intenzioni di voto che emerge la dinamica politicamente più significativa. Nello scenario considerato oggi più realistico – con un’affluenza attorno al 42% – il NO risulta in vantaggio:

  • Sì: 47,6%
  • No: 52,4%

Rispetto al sondaggio del 12 febbraio il fronte favorevole alla riforma perde 1,8 punti percentuali, mentre il NO cresce in misura equivalente.

Se invece la partecipazione salisse fino al 49%, il risultato diventerebbe estremamente equilibrato:

  • SÌ: 50,2%
  • NO: 49,8%

In entrambi gli scenari resta comunque una quota significativa di indecisi: poco più del 7% nello scenario di affluenza al 42% e oltre il 9% in quello più alto. Un elemento che lascia ancora aperta la competizione.

NO in vantaggio e gli spostamenti nell’elettorato

Il sondaggio evidenzia anche alcuni cambiamenti negli orientamenti di voto all’interno dei diversi schieramenti politici. Tra gli elettori dei partiti di governo il sostegno al SÌ rimane quasi totale, con percentuali superiori al 94%. Nell’opposizione, invece, l’adesione alla riforma è molto più debole. Tra gli elettori del Partito democratico il SÌ si colloca tra il 7% e il 9%, tra quelli del Movimento 5 Stelle tra il 22% e il 25%, mentre tra gli elettori delle altre liste di opposizione oscilla tra il 22% e il 28%.

Il dato più interessante riguarda però l’evoluzione rispetto a febbraio. Tra gli elettori del Pd il sostegno al SÌ era allora compreso tra il 10% e il 14%, mentre tra gli elettori delle altre liste di centrosinistra oscillava tra il 27% e il 33%. Il calo segnala un progressivo consolidamento del fronte contrario alla riforma.

NO in vantaggio e il dilemma della maggioranza

Come osserva Pagnoncelli, è ancora presto per assegnare con certezza la vittoria al NO. Molto dipenderà dalla partecipazione finale, dalle decisioni degli indecisi e dall’andamento della campagna nelle ultime settimane. Tuttavia la tendenza alla crescita della contrarietà alla riforma appare ormai evidente.

A favorirla sono stati diversi fattori: la maggiore mobilitazione dell’opposizione e anche alcuni eccessi comunicativi da parte di esponenti istituzionali del centrodestra che, secondo l’analisi del sondaggista, potrebbero aver spinto una parte degli elettori di opposizione inizialmente favorevoli verso il NO.

Per la maggioranza si apre così un dilemma politico. Da un lato, un coinvolgimento più diretto dei leader nelle ultime settimane potrebbe aumentare la mobilitazione del proprio elettorato. Dall’altro, una campagna molto polarizzata rischierebbe di trasformare il referendum in un giudizio politico sul governo.

Non impegnarsi troppo espone al rischio di apparire timorosi e di facilitare la vittoria del No. Ma una battaglia frontale potrebbe amplificare le conseguenze politiche di un’eventuale sconfitta. È questo il nodo strategico che attraversa oggi la maggioranza. E proprio questa incertezza, evidenziata dai numeri del sondaggio Ipsos, contribuisce a spiegare il crescente nervosismo con cui i sostenitori del SÌ stanno affrontando le ultime settimane prima del voto.

Emilio Pistone
Emilio Pistone
GIORNALISTA, RICERCATORE

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