Al Teatro Torlonia di Roma, dal 5 al 15 marzo 2026, la Gertrude regina, sposa, madre riscritta da Annalisa De Simone e diretta da Mario Scandale
Ieri al Teatro Torlonia di Roma il debutto assoluto, prodotto dal Teatro di Roma, di Mascia Musy nel ruolo di Gertrude, personaggio chiave dell’Amleto di Shakespeare, nella riscrittura originale firmata da Annalisa De Simone e diretta da Mario Scandale.
In “Gertrude. Regina, sposa, madre” Mascia Musy è affiancata da Jonathan Lazzini, Domenico Pincerno e Arianna Pozzi. Lo spettacolo andrà in scena fino al 15 marzo 2026.
Una nuova drammaturgia in cui la tragedia di Shakespeare ha un vero e proprio un ribaltamento prospettico: non conduce la ferita del figlio Amleto, ma il corpo e la voce della madre. Gertrude/Musy domina il centro della scena in una piscina vuota. Un luogo che, dopo aver conosciuto la felicità, ora ne conserva solo il vuoto. La sotria che racconta è quella di una donna che prova a restare viva in un mondo che da lei pretende purezza e sacrificio, guardandola e giudicandola con pretese e gelosie.

le note di drammaturgia di Annalisa de Simone
Personaggio chiave dell’Amleto di Shakespeare, Gertrude è regina, madre, vedova, nuova sposa, connivente di un terribile delitto o forse no, di certo coinvolta in un attrito sempre più duro con suo figlio.
Gertrude fa un passo avanti e guadagna la scena. Al centro, c’è il racconto di una donna che prova a restare viva mentre il mondo pretende purezza e sacrificio. Attorno, una costellazione di sguardi maschili, di accuse, pretese e gelosie. Amleto è dietro le quinte, ma non scompare: è una presenza magnetica e persecutoria, come lo sono i figli nella vita di una madre, come lo è il desiderio, o il senso di colpa, la memoria e l’ossessione, il nodo edipico che non smette di stringere.
Accanto a Gertrude: Ofelia, educata alla prudenza, luogo fragile in cui si inscrivono le aspettative della famiglia e del potere maschile. Laerte, a incarnare l’urgenza della vendetta come unico linguaggio del lutto. E Claudio, non solo un usurpatore, ma un amante, un uomo che prova a razionalizzare il peccato, a trasformare il delitto in amministrazione e l’amore in strategia. Sono loro i protagonisti di un dramma che non si apre alle possibilità – essere o non essere? – ma al contrario si chiude dietro alle conseguenze delle proprie azioni, lì dove le decisioni sono già state prese: il desiderio, se iscritto nel reale, non è mai innocente.
Risiede in questo il fascino delle riscritture: nell’occasione di un ribaltamento. La tragedia non è più osservata dalla ferita del figlio, ma dal corpo e dalla voce della madre. Indagando Gertrude senza la volontà di ridurla o di assolverla. Provando a gettare un lumicino sulle ombre che la regina, sposa e madre, dissipa lungo l’arco della tragedia, mentre oscilla tra lucidità e abbandono, ferocia e tenerezza, paura e seduzione.
le Note di regia di Mario Scandale
Questo spazio ha contenuto acqua. Ora contiene corpi, memorie, colpe.
Gertrude. Regina, sposa, madre si svolge dentro una piscina vuota: un luogo che ha conosciuto l’acqua, il gioco, la felicità, e ora ne conserva soltanto la forma.
L’acqua non c’è, ma pesa: è liquido amniotico, è origine e perdita. È la vita che ha riempito questo spazio e lo ha poi abbandonato, lasciando una cavità in cui ogni parola e ogni gesto risuonano più forte.
La scrittura di Annalisa De Simone attraversa registri diversi: lirica e crudele, erotica e gelida, letteraria e grottesca. Una lingua che non cerca armonia, ma frizione, e costringe i personaggi a restare dentro le proprie contraddizioni.
Gli attori abitano questo vuoto senza difese. I loro corpi cercano un equilibrio impossibile, come se l’acqua potesse tornare da un momento all’altro. Ma non torna.
Nel finale, il dramma non trova compimento e resta sospeso.
Una presenza assente attraversa la scena: Amleto, come un’Erinni, vibra nei corpi e nelle coscienze, trasformandosi in minaccia, senso di colpa, attesa della punizione.
Ma la punizione non arriva. Il vino prende il posto del sangue: non fonda un nuovo ordine, non chiude la ferita. È un bere stanco, ripetuto, fuori tempo, che somiglia a un simulacro di rito.
Una piscina svuotata. E il tentativo ostinato, umano, di restare a galla anche quando l’acqua non c’è più.



