È scomparso ieri Umberto Allemandi, fondatore de Il Giornale dell’Arte e della casa editrice Allemandi. La vita e l’opera di un uomo che ha segnato profondamente la storia dell’editoria d’arte italiana
Il 9 marzo ha compiuto 88 anni. E il 9 marzo è scomparso.
Una coincidenza che racconta la vita di Umberto Allemandi, che nel 1983 ha fondato Il Giornale dell’Arte e la casa editrice Allemandi. L’arte che si leggeva, l’arte che si raccontava: per oltre 40 anni ha costruito con il giornale e con le sue monografie nuovi linguaggi, nuovi metodi, partendo dalla convinzione che l’arte dovesse essere trattata come notizia. E dunque con il rigore, la tempestività e l’indipendenza tipica del mondo del giornalismo.
Ci ha avvicinato all’arte e alla bellezza, ci ha fornito degli strumenti per comprendere le opere dei grandi artisti contemporanei.
Con la casa editrice che porta il suo nome, acquisita dalla Compagnia di San Paolo, Allemandi ha costruito un’officina editoriale coerente con la sua visione: rigore, affidabilità, continuità. La sua è la biografia di un “mestierante di qualità”, per usare una definizione antica e bellissima.
la vita di umberto allemandi
Nato a Torino il 9 marzo 1938, dopo gli studi universitari iniziò il proprio percorso nel mondo della comunicazione e della pubblicità. Fu copywriter nello studio Armando Testa, dove imparò l’importanza della precisione, della forza dei titoli e della chiarezza del messaggio. Si avvicinò poib all’editoria tradizionale, in Bolaffi e Bolaffi Mondadori, dove maturò l’idea l’idea che anche la cultura visiva dovesse essere trattata con rigore giornalistico: attenzione ai dettagli, gerarchia delle informazioni, cura maniacale delle bozze. Rigore piemontese e inesauribile curiosità lo portarano alla costruzione di un nuovo modo di trattare l’arte, che per Allemandi si costruiva anche attraverso la cronaca quotidiana.
Chi sono stati i compagni, i maestri di Umberto Allemandi?
Lo raccontò in un’intervista a La Stampa, in occasione del suo settantesimo compleanno: «Alcuni sono stati e sono grandi amici. Penso a Federico Zeri o Andy Warhol. Conoscevo bene De Chirico e Dalì e sua moglie Gala. Vorrei parlare anche di Alvar Gonzàlez Palacios e il grande critico Francis Haskell uno dei maggiori storici dell’arte che volle che il suo libro “Mecenati e pittori” fosse pubblicato da noi. A Torino penso a Carluccio, poi a Mirò, a Fontana, a Melotti, a Beuys. Poi ho conosciuto Morandi… Ho fatto tutto quanto mi piaceva per divertimento non per guadagnare. Ancora adesso se affronto un progetto nuovo mi ridà lo slancio dei miei vent’anni».
In quella stessa intervista raccontò come si avvicinò al mondo dell’arte e dell’editoria: «Un divertimento. Ho iniziato a cinque anni… Sono figlio unico e con i miei genitori passavamo le notti fuori Torino durante i bombardamenti. Mia madre volle fermarsi ad Asti all’albergo Reale in Piazza Alfieri, dove servivano bistecche nascoste sotto gli spinaci. Decise, per non farmi perdere un anno di scuola, di assumere un maestro. Imparai presto a scrivere e creai un giornalino fatto da me di cui vendevo il diritto di lettura alle amiche di mia madre. Poi passai al giornalino della scuola con Vattimo ed Eco. Ero il più giovane del gruppo dell’azione cattolica con Furio Colombo, Rodolfo Arate, Emmanuele Milano, Luciano Parazza».
Da stamattina Torino, l’Italia e il mondo sono un po’ più vuote.



