Quando si tocca la giustizia non si cambia solo una legge: si sposta l’equilibrio della democrazia. E il popolo, forse prima della politica, sta iniziando a capirlo
Il popolo sta iniziando a comprendere con chiarezza qual è la posta in gioco nel referendum sulla giustizia: la Costituzione. È in gioco la possibilità che chi non ha santi in paradiso, chi non dispone di grandi conti in banca, chi non appartiene alle ristrette cerchie dei privilegiati, possa tutelarsi e difendersi dal potere. Da quel potere che non vuole essere controllato. Per usare parole antiche, ma sempre attuali, sono in gioco giustizia, libertà, uguaglianza. E i cittadini, spesso ben più colti e consapevoli di chi li governa – ancorché delusi da un’opposizione finora inconsistente – iniziano a porsi molte domande.
IL POPOLO E IL REFERENDUM: LE DOMANDE CHE SCAVANO UN SOLCO
E queste domande stanno scavando un solco. Da una parte i cittadini che continuano a chiedersi a chi serva davvero questa riforma; dall’altra schiere di governativi, contabili e notabili che spiegano come il SÌ renderà tutto più giusto, più equo, più bello. Ma per chi?
Prima o poi il piffero magico qualche nota stonata doveva pur emetterla. Giorgia sta comprendendo che accanto alle sue truppe c’è un notabilato – spesso mosso dall’interesse, sempre più spesso dal rancore verso i magistrati – ma manca il “popolo”. Non ci sono operai, insegnanti, impiegati, precari, disoccupati. Basta osservare gli eventi pubblici o gli schieramenti sui social per cogliere come il NO e il SÌ segnino uno spartiacque tra la cosiddetta gente comune e un mondo di colletti bianchi.
IL POPOLO E IL REFERENDUM: IL WEB NON DIMENTICA
Anche se Rai e Mediaset, con i loro Tg, appaiono ormai commissariati dalle truppe meloniane, il web e i media rimasti continuano a rimettere in circolo i video di Giorgia Meloni che, poco più di due anni fa, invocava carcere e sottrazione della patria potestà per i genitori che non mandano i figli a scuola, mentre oggi si scaglia contro quei giudici che – comunque la si pensi – intervengono nel caso della famiglia nel bosco applicando le norme volute dal suo governo.
Il web non dimentica neppure quando Giorgia, all’opposizione, era contro guerre e bombardamenti. Oggi invece, di fronte alle bizze di Trump che gioca alla guerra – e che qualcuno voleva perfino candidato al Nobel per la pace – anziché comportarsi da Presidente del Consiglio di un paese come l’Italia si rifugia in uno stupefacente: “Non condivido e non condanno”. Ponzio Pilato docet.
IL POPOLO E IL REFERENDUM: I CITTADINI INIZIANO A CAPIRE, ECCOME
Senza offesa per notabili e colletti bianchi, i cittadini stanno iniziando a comprendere davvero i quesiti nella loro essenza e nella loro sostanza. Altro che dibattito “fuorviante”. I cittadini guardano oltre le parole e oltre le norme, e si chiedono semplicemente perché, per difendere la Costituzione nata dal sangue e dal sacrificio, si debbano cambiare sette articoli.
Guardano alle riforme fin qui attuate, cominciano a interrogarsi sull’abolizione dell’abuso d’ufficio, sul bavaglio ai giornalisti, e si chiedono dove sia finito il potere legislativo, visto che ormai è il Governo a legiferare a colpi di maggioranza. E siccome tutti sanno che una democrazia si regge sull’equilibrio dei poteri, si domandano cosa accadrà quando l’esecutivo metterà il guinzaglio anche al potere giudiziario, dopo essersi già assicurato l’obbedienza di quello legislativo.
Se qualcuno avesse ancora dubbi, basti guardare alla proposta di legge elettorale che, con un acrobatico dietrofront meloniano, non prevede neanche per sbaglio le preferenze ma consegnerebbe a Giorgia una maggioranza in grado di eleggere da sola il Presidente della Repubblica. Uno scacco matto firmato Meloni.
IL POPOLO E IL REFERENDUM: LA “COERENZA” DI BARTOLOZZI
Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, con un potere enorme al ministero della Giustizia secondo fonti autorevoli, ha avuto almeno la coerenza di dire quello che davvero pensa, di esprimere quello che è il senso reale della riforma:
“Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione”.
Non si comprende perché Bartolozzi dovrebbe – secondo Nordio e Mantovano – chiedere scusa. Scusa di che? Di aver espresso esattamente il senso della battaglia dell’armata Meloni, con il suo seguito di colletti bianchi e notabili?
PER FAVORE, NON DITE CHE IL POPOLO NON CAPISCE IL SENSO DEL REFERENDUM
Allora, per cortesia, continuate pure a parlare di famiglia del bosco mentre ieri vi vantavate di aver decretato il carcere per chi non manda i figli a scuola. Continuate pure a dire che volete salvare la democrazia italiana, tra un premio Nobel a chi porta la guerra in giro e un plauso a chi uccide uomini e donne inermi. Ma non dite che il popolo non capisce.
Non dite che la rissa mediatica impedisce di discutere nel merito della riforma, perché i cittadini iniziano a vedere che siete voi a provocarla affinché nulla si capisca. Non dite che il popolo non capisce perché i quesiti sarebbero troppo complessi.
La speranza è che il 22 e il 23 marzo il popolo lo dimostri anche nelle urne: che la democrazia, a volte, è più lucida dei suoi governanti.



