Peaky Blinders: The Immortal Man

film 112′, 2026, Regno Unito
di Tom Harper

con Cillian Murphy, Rebecca Ferguson, Tim Roth, Sophie Rundle, Barry Keoghan, Stephen Graham

E poi, alla fine, finisce. Sei stagioni incredibili, quelle che ci hanno tenuti incollati alla saga seriale dei Shelby.
Eravamo orfani, ci sembrava impossibile un mondo senza gli occhi gipsy, azzurrissimi, di Tommy/Cillian il re. Tommy che ha addosso il peso del tempo, Tommy che cerca ma non trova pace nella campagna dell’officina del mondo. Che scrive un libro, L’uomo immortale, e intanto dialoga con i morti.

Il film – fotografia e regia eccellenti – si apre in un campo di concentramento. Siamo nel 1940, la Germania nazista utilizza i prigionieri per produrre sterline false: lo scopo è distruggere l’economia del Regno Unito dall’interno. A Birmingham le operaie di una fabbrica di munizioni della BSA saltano in aria per un bombardamento della Luftwaffe. La guerra è ovunque, anche in quell’Inghilterra che ne sembrava fuori.

E diventa indispensabile, ancora, il potere dei Shelby per introdurre le valigie piene di soldi falsi. Entra in gioco Duke, il figlio di Tommy. E ogni parola in più sarebbe spoiler.

Cosa aggiungere senza togliere il piacere della visione?

Intanto la guerra: quella intorno, che esplode e rende ancora più incerto il futuro. E poi la guerra che Tommy ha dentro, che torna costantemente a fargli visita. Il suo è un cerchio che si chiude, che lo obbliga a tornare al passato per comprendere gli irrisolti, e superarli.
Il film è la resa dei conti finale. Un riportare la famiglia al centro, ma con l’obbligato passaggio generazionale. E la domanda che rimane sospesa nell’aria: a cosa serve il potere? Come è giusto usarlo?

Lo stesso Cillian Murphy lo ha detto chiaramente: il film doveva “giustificare la sua esistenza”. E Steven Knight pare aver trovato il modo giusto.
Come insegnava Francis Scott Fitzgerald, doveva essere scritto non per il semplice desiderio di dire qualcosa, ma perché si aveva effettivamente qualcosa da dire: non bastava chiudere. Quel qualcosa è semplice, potentissimo: “Ora diventa una storia padre-figlio. Mi è piaciuto moltissimo come Steven abbia gestito la chiusura della storia. Concludere con un legame padre-figlio ha un senso profondo, perché tutta la serie è stata costruita attorno al concetto di famiglia”.

Elisabetta Roli
Elisabetta Roli
GIORNALISTA, CRITICA LETTERARIA E CINEMATOGRAFICA

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