Tra il silenzio del Sabato e la luce di Pasqua

Cosa può dirci una tomba vuota? Forse la Pasqua non dà risposte facili. Ma dà una direzione

C’è un’immagine, in questi giorni, che dovrebbe fermare anche chi non entra in chiesa da anni, o chi non ci è mai entrato. È l’immagine di un sepolcro vuoto. Non c’è un corpo, non c’è un miracolo da film. Ci sono solo alcune bende per terra, un sudario piegato con cura, un masso rotolato via. E due uomini che corrono, arrivano, guardano. Uno, il più giovane, si ferma sulla soglia. L’altro, il più impetuoso, entra. Il testo dice: «Vide e credette».

Non dice che vide Gesù. Vide il vuoto. Eppure credette.

Questa è la scena che la liturgia cristiana consegna alla notte di Pasqua e alla mattina della Risurrezione. L’Occidente trattene il fiato tra il silenzio del Sabato e l’annuncio della Domenica: cosa può dire questa storia a tutta l’umanità, al di là di ogni confessionalismo? Viviamo tempi terribili. Guerre ovunque – dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Sudan al Nagorno Karabakh, con il fantasma di un conflitto globale che torna a camminare tra noi. Depressione sociale, solitudine di massa, giovani che affogano in ansie senza nome. Il clima impazzisce, e con esso la nostra paura del futuro. C’è chi evoca l’Anticristo, chi si rifugia in visioni apocalittiche, chi ripone speranze illusorie in un mondo “artificiale” – l’intelligenza artificiale, i corpi potenziati, le relazioni sintetiche.

E in mezzo a tutto questo, la canzone di un cantautore americano degli anni Settanta, John Denver, torna attuale: Rhymes and Reasons. Nella parte finale, la canzone si fa quasi una preghiera rivolta anche ai non credenti: «Come and join us, together we seek the best way» – «Venite e unitevi a noi, insieme cerchiamo la via migliore».

Ecco, forse è proprio questo che la Pasqua può offrire a un mondo disorientato: non una risposta facile, non una certezza trionfalistica, ma un metodo per abitare il vuoto senza fuggirlo, e una promessa che l’amore è più forte della morte.

Nessuno ha visto la risurrezione. Ma molti hanno visto il Risorto.

Partiamo da un fatto che accomuna credenti e non credenti: nessuno ha mai “visto” la risurrezione come si vede un esperimento scientifico. Il Vangelo non descrive il momento in cui il corpo di Gesù passa dalla morte alla vita. Descrive invece gli effetti: un sepolcro vuoto, dei cuori che cominciano a intravedere una luce. Maria di Magdala va al sepolcro «quando era ancora buio» (Giovanni 20,1). Non si aspetta la risurrezione, vuole solo onorare un cadavere. Eppure va. Perché l’amore vero non abbandona, anche quando tutto sembra finito.

Questa è la prima lezione, per tutti: nelle notti più fitte della storia, la domanda non è “dove è Dio?”, ma “chi continua a cercare?”. E non serve avere una fede granitica. Serve solo il coraggio di non restare a casa, di uscire anche quando non si vede nulla. Oggi, di fronte alle guerre, alla solitudine, alla paura del collasso climatico, molti si chiudono in una rassegnazione cinica o in un’ansia paralizzante. Altri si aggrappano a illusioni tecnologiche – l’AI che risolverà tutto, il Metaverso che salverà dalla solitudine. Il sepolcro vuoto invece ci ricorda che la vita non si trova riempiendo il vuoto con cose, ma imparando a sostare dentro il vuoto – come faceva Maria al buio, come Giovanni che vide e credette senza ancora capire.

Riconoscere il Risorto: non con gli occhi della testa, ma con quelli del cuore

Nell’omelia della Messa Crismale di quest’anno, il Papa – Leone XIV – ha parlato di tre “segreti” della missione cristiana: il distacco, l’incontro disarmato, la disponibilità a essere rifiutati. Ma il cuore del messaggio pasquale è un quarto segreto, che emerge dall’incontro di Maria con Gesù Risorto. Maria piange, vede un uomo che scambia per il custode dell’orto. Non lo riconosce. Poi lui la chiama per nome: «Maria!». E in quell’istante lei si volta e grida: «Maestro!».

Perché non lo riconosceva prima? Perché Gesù non si fa riconoscere da un identikit del volto o da un’analisi razionale. Si fa riconoscere dalla voce, dalla relazione, dal modo unico di chiamare per nome. Il riconoscimento del Risorto non è un atto intellettuale, ma vitale.

Oggi, in un’epoca che idolatra l’intelligenza artificiale e i calcoli predittivi, abbiamo bisogno di riscoprire che la verità più profonda non si calcola: si incontra. La guerra in Ucraina non si risolve con un algoritmo. La solitudine di un anziano non si cura con una chat GPT. La paura del futuro non si spegne con un deepfake di speranza. Ci vuole qualcosa di più umano, qualcosa che sa di voce, di nome pronunciato, di pane spezzato insieme. I discepoli di Emmaus riconobbero Gesù «allo spezzare del pane» – in quel gesto semplice, quotidiano, che dice: «Ti do la mia vita». È l’amore che si dona, non la potenza che si impone.

La risurrezione non è un trucco, è un evento d’amore trinitario

C’è una domanda che abita molti cristiani, ma che può interessare anche chi crede in altro o in nulla: chi ha risuscitato Gesù? Lui stesso, o Dio Padre? La risposta è sorprendente: entrambi, perché il Dio di Gesù non è un imperatore solitario in cielo, ma è relazione, è amore eterno. Padre, Figlio e Spirito Santo sono un solo Dio perché l’amore che li unisce è così totale da essere la stessa sostanza divina. Quando Gesù muore sulla croce, il Padre non è assente: accoglie il dono. Quando Gesù risorge, non lo fa da solo come un supereroe: lo fa nell’unità con il Padre e lo Spirito. La risurrezione è l’irruzione della vita trinitaria – cioè della vita come amore che si scambia – nella nostra storia di morte.

Per noi, oggi, questo significa che la forza che vince la morte non è un potere cosmico indifferente, ma è l’amore fedele. L’amore che non abbandona la tomba. L’amore che continua a chiamare per nome anche quando non viene riconosciuto. L’amore che, nelle pieghe più oscure della storia – a Mariupol, a Gaza, in una corsia di ospedale, in una stanza vuota di un adolescente depresso –, sussurra: «Non sono andato via. Sono qui».

“Venite e unitevi a noi, insieme cerchiamo la via migliore”

John Denver scriveva quella canzone in un’epoca di guerre fredde, di crisi petrolifera, di primi allarmi ecologici. Oggi il contesto è più grave, ma la domanda è la stessa: dove troviamo una via d’uscita che non sia un’illusione? L’illusione dell’Anticristo – il nemico esterno da combattere – non fa che alimentare nuove guerre. L’illusione dell’intelligenza artificiale come salvatrice – la promessa di un mondo senza dolore, senza morte, senza relazioni faticose – è una fuga dalla nostra umanità. Né l’apocalisse né il paradiso artificiale: c’è una terza strada.

La Pasqua propone questa terza strada: non la fuga dal vuoto, ma l’attraversamento del vuoto. Come Gesù che «passando in mezzo a loro, si mise in cammino» (Lc 4,30). Come i discepoli che, dopo la croce, non scapparono ma tornarono a Gerusalemme. Come milioni di cristiani che in questi duemila anni hanno seminato pace, ospedali, scuole, accoglienza – non perché fossero migliori, ma perché avevano incontrato Qualcuno che li aveva chiamati per nome.

Non chiediamo a nessuno di crederci con un atto di forza. Chiediamo solo di guardare il vuoto del nostro tempo – le guerre, le lacrime, la solitudine, la paura del clima – e chiederci: se l’amore fosse veramente più forte della morte, come cambierebbe il mio modo di vivere oggi? E se non lo fosse, che altra forza potrebbe competere con l’odio e la paura?

Forse la Pasqua non dà risposte facili. Ma dà una direzione: andare verso il buio, come Maria, senza aspettarci miracoli, ma con la certezza che qualcuno ci sta già aspettando là. E lungo la strada, possiamo camminare insieme – credenti e non credenti, cercatori e dubbiosi, stanchi e speranzosi – per cercare «la via migliore». Buona Pasqua a tutti. Che la vita, alla fine, abbia l’ultima parola.

Antonio Staglianò
Antonio Staglianò
PRESIDENTE DELLA PATH (PONTIFICIA ACCADEMIA DI TEOLOGIA), RETTORE DELLA CHIESA DEGLI ARTISTI DI ROMA, VESCOVO EMERITO DI NOTO

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