Donnaregina, T. Ciabatti

Una scrittrice di Orbetello intervista un ex superboss della camorra con centocinquanta omicidi alle spalle, mentre a casa sua figlia tredicenne le sta sfuggendo tra le mani. Teresa Ciabatti costruisce un romanzo ibrido tra inchiesta e autofiction, finalista al Premio Strega 2026, su cosa significhi davvero essere genitori, criminali o innocenti che si sia.

Mondadori, 2025

Teresa Ciabatti è nata e cresciuta a Orbetello, vive a Roma. I suoi romanzi sono Adelmo, torna da me (Einaudi Stile Libero), I giorni felici (Mondadori), Il mio paradiso è deserto (Rizzoli), Tuttissanti (Il Saggiatore), Matrigna (Solferino). Con La più amata è stata finalista al Premio Strega nel 2017. Donnaregina è il suo terzo passaggio sulla soglia dello Strega, proposto da Roberto Saviano.

Donnaregina è una zona monumentale storica di Napoli. Quella dove Giuseppe Misso, ex superboss della camorra con quasi 150 omicidi alle spalle, ha costruito il suo impero. È anche, come si scopre andando avanti nella lettura, il nome che lo stesso Misso dava a sua moglie incinta, il luogo dove il capoclan poteva smettere di essere un criminale e diventare un uomo che voleva proteggere la propria donna regalandole una reggia. Il titolo, dunque, non indica un posto. Indica una possibilità di redenzione che dura il tempo di una gravidanza.

Il romanzo nasce da un incontro reale, o almeno dichiarato come tale. Racconta la vicenda una voce narrante in prima persona senza nome, donna sulla quarantina nata a Orbetello e trasferita a Roma, esattamente come l’autrice. Ha un gemello con cui il rapporto è conflittuale per via dell’eredità, e una famiglia composta da marito e una figlia tredicenne, Camilla.

Ciabatti gioca apertamente con l’ambiguità tra sé e la sua protagonista, pur dichiarando che la voce narrante non è lei, ma rappresenta solo alcune sue sfumature. Una nota a inizio libro avverte che Donnaregina è un’opera di fantasia che non intende riprodurre la realtà, eccetto le sentenze, riportate alla lettera.

una struttura su due binari

La struttura procede su due binari che all’inizio sembrano paralleli. Da un lato l’intervista al collaboratore di giustizia, dall’altro gli aspetti privati della scrittrice legati al proprio ménage familiare. Il punto di contatto, quello che rende il libro qualcosa di più di un’inchiesta giornalistica travestita da romanzo, è una scoperta progressiva: il nervo è lo stesso, per la giornalista e per il superboss. Un genitore che guarda un figlio senza riuscire davvero a vederlo.

Entrambi vivono rapporti difficili con i figli e affrontano quotidianamente la fatica della responsabilità genitoriale. Il lato umano del criminale emerge soprattutto nella relazione complessa con il figlio omosessuale, mentre la protagonista fatica a leggere i segnali di malessere crescente nella propria. A tratti sembra più semplice, per la scrittrice, intervistare un boss che sostenere una conversazione con sua figlia adolescente. È in questa asimmetria, apparentemente paradossale, che il romanzo trova il suo nervo scoperto.

Lo stile è quello che la critica ha riconosciuto come la cifra più solida del libro. La prosa è fulminea, fa pensare a Joan Didion, segue con rapidità gli eventi, con il metodo della cronista e dell’antropologa dei sentimenti. Ciabatti costruisce il dialogo tra i due personaggi come un lento avvicinamento, fatto di diffidenza, esitazioni, domande sospese. Non c’è mai una vera fiducia, e proprio per questo il rapporto risulta credibile.

assoluzione o condanna?

Il romanzo non offre assoluzione né condanna, e questa è una scelta precisa quanto rischiosa. Il boss non viene raccontato solo attraverso i suoi crimini. Il peso delle azioni resta, non viene mai cancellato. Ma accanto a questo emerge un altro livello, più fragile, più contraddittorio: un uomo che ricorda, che prova nostalgia, che parla delle donne incontrate e perdute, degli amici uccisi, dei legami familiari. È una scrittura che rifiuta la tesi facile, quella della camorra romanzata o quella della denuncia morale a buon mercato, e si tiene invece in una zona di ambiguità che alcuni lettori troveranno onesta, altri irritante.

Proprio qui sta il punto debole del libro. La voce narrante può risultare spiazzante, persino irritante, con pensieri che sembrano troppo ingenui o fuori fuoco. La tensione tra il registro giornalistico dell’inchiesta su Misso e quello intimo del memoir familiare non si risolve sempre con fluidità: i due filoni nella prima parte proseguono in maniera parallela e autonoma. Il lettore deve fare un atto di fiducia nei confronti dell’autrice prima che i due piani comincino davvero a parlarsi.

Più che un’inchiesta su un uomo o su una famiglia, Donnaregina si rivela un’indagine sulla possibilità di capire chi abbiamo davanti. Conoscere l’altro, che sia un boss o una figlia, non significa mai afferrarlo fino in fondo, ma accettare che ogni relazione resti, inevitabilmente, una forma di approssimazione. È una conclusione amara, ma è anche l’unica onesta che un libro così costruito potesse permettersi di dare.

Anna De Angelis
Anna De Angelis
Inseguo l'arte in tutte le sue espressioni. Anche quella di critica e di giornalista.

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