Venere/Drusilla, spettatrice di un mondo che continua a desiderare senza sapere perché

Ironia e malinconia, nella Venere Nemica di Drusilla Foer. Da un lato potere ed illusione, dall’altro solitudine ed ossessione: cos’è davvero l’amore? E a cosa serve?

Se vi siete persi la prima di Torino di Venere Nemica, stasera c’è la seconda. Siamo andati a vederla, e non possiamo che consigliare di farlo.

Sono tanti i temi ed i possibili approfondimenti di una pièce in cui Venere/Drusilla tengono il palco, lasciando spazio solo all’altra protagonista, silenziosa: la solitudine.
Potrei parlare della parte sull’immortalità degli dei, croce e delizia o forse condanna soltanto. O del valore che noi umani diamo alla vita, alto proprio perché nasciamo con la consapevolezza di dover morire.
Oppure potrei sottolineare il concetto di mancanza di amore – “io non ho mai conosciuto l’amore, sono sempre stata la mia unica priorità”. Non c’è confine, per sua stessa ammissione:”c’è confusione dentro di me”. Un confine che si sposta dal personaggio all’attore personaggio: non è Venere nemica, ma Drusilla nemica.

Magistrale, la Venere nemica, nell’alternanza di ironia ed amarezza, ma ciò che più ti rimane addosso è la malinconia. Drusilla Foer è magnetica, sempre: quando sta in silenzio, quando canta o balla, con il suo charme e la sua voce sofisticata, la sua eleganza, la sua potenza comunicativa. Noi umani, i mortali del pubblico bistrattati da questa Venere dispettosa che mette in scena le fragilità umana, che sono le sue, siamo spettatori e protagonisti: “Il senso di colpa che trovata geniale di voi umani”.

la confessione di venere e drusilla

Drusilla e Venere si sovrappongono e si tradiscono a vicenda in una una confessione lucida e cinica che ride della vita e della fragilità degli uomini, ma che con un equilibrio instabile tra divinità ed umanità smaschera la solitudine di entrambe.

Venere, potente ma disincantata, rimane affascinata dai mortali. ”La vanità è la fragilità umana che adoro di più, si moltiplica prendendo sembianze sempre più violente, aggressività, individualismo, potere, manipolazioni, presunzione, muta pur restando sempre se stessa poetica e patetica. A me piace la vanità e le ossessioni che provoca”.

Da un lato potere ed illusione, dall’altro solitudine ed ossessione.
Venere/Drusilla scopre troppo tardi di essere esclusa dal suo stesso dominio. L’amore, evocato e mai posseduto, diventa allora un’assenza che pesa, una verità che non consola e il cinismo, l’unico modo rimasto per raccontarla.

Non c’è più trionfo ma solitudine antica, elegante e feroce. Venere osserva gli umani con un cinismo raffinato, quasi compiaciuto: “voi mortali con il vostro ego, vermicello dell’anima”. Accarezza la vanità come il più irresistibile dei difetti ma ne comprende intimamente la fugacità: “a cosa serve Venere che utilità ha? Venere barocca, Venere lasciva, Venere, sempre Venere, sì va bene ma dopo che succede?”. Niente.

Venere non ha collocazione sociale, emarginata in fondo al mare a far la cretina mentre tutti gli altri dei hanno una occupazione. Lei rimane annoiata dalla sua stessa rappresentazione, diventa spettatrice di un mondo che continua a desiderare senza sapere perché. Il suo sguardo è tagliente, ma mai innocente. Dietro l’ironia si apre un vuoto più profondo: la consapevolezza di essere sempre stata l’unica priorità di se stessa.

la galleria fotografica di Raffaele Montepaone

Raffaella Monte
Raffaella Monte
MISURATRICE DI NUVOLE

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