Cittadinanza agli stranieri che aiutano a combattere la criminalità organizzata

Presentata una proposta di legge a firma di Verini, Gianassi e Rando per chi denuncia violenze in contesti in cui è presente la criminalità organizzata

Traendo spunto da alcune osservazioni fatte di recente dal procuratore della Repubblica di Prato Luca Tescaroli che sostiene l’importanza di estendere i programmi riservati ai collaboratori di giustizia anche ai cittadini stranieri, nei giorni scorsi è stata presentata in Parlamento la proposta di legge a firma di tre esponenti del PD – Walter Verini, Federico Gianassi, Enza Rando e Deborah Serracchiani – per concedere la cittadinanza italiana agli stranieri che denuncino violenze in contesti in cui è presente la criminalità organizzata.

Cittadinanza agli stranieri che collaborano: chi denuncia non va lasciato solo

Si tratta, naturalmente, di valutare l’attendibilità delle denunce ma queste persone non vanno lasciate sole. Integrarle con la cittadinanza sarebbe un segnale di grande civiltà, considerata anche la capacità di forte infiltrazione della criminalità straniera. Che a Prato è soprattutto cinese. Occorre ricordare che la Cina è stata la maggiore economia del mondo per gran parte della storia scritta, con il più alto reddito pro-capite fino al XVI secolo e cioè fino a quando non fu scoperta l’America.

Ed è stata la più sviluppata economia del mondo fino al 1850, ossia fino ad alcuni anni dopo la prima guerra dell’oppio, quando fu superata dall’Inghilterra. La crescita economica cinese di oggi può essere vista, dunque, non come un fatto eccezionale ma come il ripristino di un equilibrio millenario di forza produttiva: la Cina è destinata ad avere un ruolo geopolitico sempre più rilevante. E’ congenita – in questo quadro – anche la crescita della criminalità organizzata che ha nelle Triadi sparse per il mondo la massima espressione.

Cittadinanza agli stranieri che collaborano: sottrarli alla criminalità e favorire l’integrazione

Una maggiore, doverosa attenzione per i molti cinesi che si trovano in Italia ( oltre 280mila) e, più in generale, per gli stranieri che da noi lavorano, era stata già prevista nel 1998 con il testo unico sull’immigrazione che all’articolo 18 prevedeva il rilascio di un permesso di soggiorno di protezione sociale – da parte del Questore anche su proposta del Procuratore della Repubblica – per gli immigrati vittime di violenza o grave sfruttamento. L’obiettivo era quello di sottrarli alla criminalità e favorirne l’integrazione, anche senza denuncia formale. L’approvazione di una legge che premi con la cittadinanza la collaborazione con la giustizia sarebbe ora un passo avanti per quel processo di integrazione degli stranieri di cui si parla da tempo.

Fonte 9colonne


L’approfondimento di Giulio Cavalli da La Notizia

Cittadinanza ai migranti che denunciano la criminalità organizzata: disegno di legge del Pd ispirato dal caso Prato

Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato, ha un’idea semplice: se uno straniero rischia la vita per dire la verità allo Stato, lo Stato potrebbe almeno smettere di ignorarlo. Dal 20 aprile quella proposta ha un numero di protocollo parlamentare. Il Partito democratico ha depositato in entrambi i rami del Parlamento un disegno di legge che modifica l’articolo 9, comma 2, della legge n. 91 del 5 febbraio 1992: chi denuncia estorsioni e ricatti in contesti di criminalità organizzata può accedere a un percorso accelerato verso la cittadinanza italiana. A presentarlo: il capogruppo in commissione antimafia Walter Verini, il capogruppo in commissione giustizia Federico Gianassi, la responsabile Legalità Enza Rando e Debora Serracchiani.

Dal febbraio 2025 al febbraio 2026, a Prato, 190 lavoratori stranieri e alcuni imprenditori cinesi hanno collaborato con la magistratura senza alcun incentivo. In poche settimane dall’appello di Tescaroli si erano presentati in Procura oltre cinquanta tra cinesi e pakistani. Era la prima volta.

Prato come modello

Il distretto tessile pratese è il più grande polo manifatturiero europeo nel comparto dell’abbigliamento. Dentro, da decenni, funziona un circuito economico parallelo. Imprenditori inseriti in reti criminali di matrice cinese impiegano lavoratori sette giorni su sette, dodici-quattordici ore al giorno, senza ferie né garanzie, in dormitori precari.

La stessa dinamica che il 1° dicembre 2013 costò la vita a sette operai cinesi nel rogo della fabbrica in cui dormivano. Tescaroli chiama quel sistema con il nome che gli appartiene: una moderna forma di schiavitù. Il meccanismo “apri e chiudi” è collaudato: un’impresa funziona per due o tre anni senza pagare le imposte, poi viene abbandonata e se ne apre un’altra. Il 15 ottobre 2025 la Procura ha siglato un accordo che prevede canali preferenziali per i servizi linguistici e percorsi di protezione a costo zero.

Il muro di cui nessuno vuole parlare

La proposta del Pd nasce da un paradosso formale. L’Italia dispone di una normativa di protezione per i collaboratori e testimoni di giustizia, costruita nel 1991 dopo l’uccisione del giudice Rosario Livatino. Ma quella normativa presuppone la cittadinanza italiana. Chi collabora senza averla si trova fuori dal perimetro di tutela della legge 91 del 1992.

Il ddl interviene su quella stessa legge: i lavoratori stranieri regolarmente residenti, privi di misure di prevenzione, che presentino denunce attendibili su reati riconducibili alla criminalità organizzata, possono accedere a un percorso di cittadinanza accelerato. Se la collaborazione espone il dichiarante a rischi concreti, gli organismi preposti possono attivare i programmi di protezione già previsti per i testimoni italiani. C’è un limite: la misura vale solo per i regolari. Gli irregolari restano fuori.

Tescaroli aveva anticipato tutto sul Fatto Quotidiano: l’articolo 9 della legge 91 del 1992 già consente di concedere la cittadinanza allo straniero che fornisca eminenti servizi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato. Una denuncia attendibile costituisce, scriveva il magistrato, uno straordinario fattore di giustizia che ben può integrare tali presupposti. Sufficiente per smettere di fingere che la legge non lo preveda già.

Il governo si muove nella direzione opposta. Il disegno di legge approvato l’11 febbraio 2026 punta a recepire il Patto europeo su Migrazione e Asilo inasprendo le condizioni di ingresso, ampliando le possibilità di espulsione e ripristinando il sistema Albania. Spazio per chi collabora con la giustizia, in quel testo, non ce n’è. Il governo cita Tescaroli ogni volta che serve. Poi non risponde alle sue richieste. Quasi tredici anni dopo il rogo del 2013, Prato lo dimostra ancora.

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