The Handmaid’s Tale

66 episodi, VI stagioni, 2017-2025, Usa
[tratto dal romanzo Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood]
di Bruce Miller, con Elisabeth Moss

Prime

Arriverà completa anche su Netflix, The Handmaid’s Tale. Notizia che, insieme al debutto di tre settimane fa del sequel (The Testaments, Disney+), rende quasi certa un’evidenza: con la sesta stagione finisce la saga tratta dai romanzi distopici della scrittrice canadese. Guarderò il sequel? Certamente: June Osborne (Elisabeth Moss) è un personaggio che ti entra dentro e non ti molla più. E con lei tutti gli altri (buoni e cattivi) che costruiscono la distopia.

Per quei pochissimi che non sanno di cosa si tratti – e non si sono neppure chiesti, quando la divisa delle ancelle era un must da utilizzare per ogni protesta femminile che potesse ritenersi tale, a chi fosse ispirata –, la risolvo in due righe. Rigorosamente senza spoiler.

june ed i colori della misoginia

June è una di noi. Vive a Boston, ha un marito, Luke, e una figlia, Hannah. Viene catturata mentre tenta di fuggire in Canada. È una delle poche donne fertili rimaste in circolazione (i movimenti pro vita non vi ricordano nulla?) e per questo viene educata per diventare Difred, l’ancella del comandante Fred Waterford e della moglie, Serena Joy.

La prima stagione (che ha fatto il pienone di Emmy, peraltro) è scioccante nei rituali di stupro, ma anche nella narrazione della nascita di Gilead. Una società più che distopica in cui le donne vengono divise in blocchi monocromatici: le ancelle (rosse) procreano, le Zie, marroni, le istruiscono. Alle Mogli toccano varie tonalità di blu e il controllo della casa, aiutate dalle Marte, in grigio chiaro, che servono e puliscono.
Regole ferree, controllo ancora di più: gli Occhi, forze dell’ordine che operano per scovare i ribelli.

Giliad è un pugno nello stomaco continuo, soprattutto perché più la storia va avanti più si rivela vicino ad un futuro possibile. Giliad è il frutto della follia di una manciata di persone, nata dal libro di Serena, ex attivista culturale conservatrice, che accetta il suo nuovo ruolo.

Dopo una partenza con il botto The Handmaid’s Tale si è un po’ ammosciata, perdendo di vista il racconto dell’ancella e iniziando con quello della rivoluzione e della ribellione, molto meno impattante. Forse anche meno credibile.
La sesta stagione riprende non solo i ritmi, ma anche gli abiti, recuperando in parte ciò che ha reso la serie così cult.

Però. Però qualcosa non funziona come avrebbe potuto – e dovuto. Va vista, ci mancherebbe. Anche se alla fine risulta molto meno credibile di quanto, pur nella sua assurdità, sembrava credibile agli esordi.

Veronica Ravelli
Veronica Ravelli
OSSERVATRICE PRATICANTE

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