Fringe

100 episodi, V stagioni, 2008-2013, Usa
di J. J. Abrams, Alex Kurtzman, Roberto Orci, con Anna Torv, John Noble, Lance Reddick

Fox, Prime

Ci sono serie tv che ti lasciano orfana. Quelle che ti fanno invidiare chi le sta guardando e può godersele. Quelle i cui personaggi diventano parte del tuo bagaglio (a partire da Walter White e Breaking Bad, che mi ha iniziato alla serialità con la S maiuscola). Fringe è una di quelle, anche se ci sono arrivata anni e anni dopo la sua uscita su Mediaset.

Guardando le 100 puntate, una dietro l’altra, ho (ri)trovato molte delle serie che ho amato più di tutte le altre. A partire da Dark, con il suo avvitamento del tempo e dello spazio.

Mi era sfuggita, Fringe. Come è sfuggita a molti.
La sua era l’epoca di Lost (che non ho visto nella sua totalità: è tra quelle perse da recuperare) e di X Files (seguito con passione, anche se alla fine era diventato più un sottofondo lasciato acceso per abitudine). Per molti non ha sfondato perché aveva competitor importanti, il primo dello stesso padre, J.J. Abrams.

Fringe ti entra dentro in modo irrimediabile, a partire dai tre protagonisti. Eccellenti i personaggi quanto gli attori: Olivia Dunham (Anna Torv), Peter (Joshua Jackson) e Walter Bishop (uno strepitoso John Noble). E poi Phillip, Charlie, Nina, Astrid, John, Lincoln. Si muovono perfettamente negli episodi autoconclusivi, intanto evolvono nella trama orizzontale che, partendo dalla scienza di confine, la fringe science, li porta sempre più avanti, sempre più completi e complessi, nel mondo dell’immaginazione e delle infinite possibilità.

le alternative possibili di fringe

I mondi paralleli di Fringe sono alternative di poco dissimili dalla nostra, i suoi abitanti sono cloni quasi identici a quelli che popolano il nostro mondo. Ma.
Ma le storie si incastrano tra loro, iniziano a confondersi e a saltare nel tempo, interrogano sulle possibilità che solo la fisica quantistica può provare a spiegare.

E quando tutto finisce, esattamente come si potrebbe immaginare fin dai primi richiami – quasi subliminali, un mantra che ritorna nella sua comparsa finale – del suo folle ideatore, quando si scopre che il sacrificio è redenzione, che l’amore può umanizzare anche una macchina, che i confini non esistono se non per essere superati, allora inizia l’addiction, la dipendenza. Quante volte mi sono trovata a rimpiangere le sere in cui ero nello studio di Walter, a cercare con lui, tra liquirizie e misteriosi macchinari, risposte e soluzioni? Tante: dopo Fringe ogni serie sembra meno. Meno coinvolgente, meno vera (credibile sarebbe più corretto), meno capace di scavare dentro. Soprattutto meno capace di lasciare una traccia così evidente.

Bellissima: se, come me, ve la siete persa, la trovate su Prime.
Ve la consiglio come farebbe Bishop a suo figlio: “Apri la mente, figliolo, o qualcuno potrebbe aprirla al posto tuo”.

Paola Bottero
Paola Bottero
JOURNALIST, STORYTELLER, VISION MAKER

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