Mentre la sua Danaïde frantuma ogni record all’asta da Christie’s a New York, i Mercati di Traiano ospitano fino al 19 luglio la mostra più completa mai dedicata in Italia al padre della scultura moderna, Constantin Brâncuși
La coincidenza è quasi poetica. Nella stessa settimana in cui una testa di bronzo dorato di Constantin Brâncuși (proprio una Danaïde, la mitica figlia di Danao condannata a portare acqua in un setaccio per l’eternità) raggiunge i 107,6 milioni di dollari da Christie’s a New York diventando la seconda scultura più cara mai battuta all’asta, a Roma supera la propria metà di permanenza la mostra più ambiziosa mai dedicata in Italia allo scultore romeno. Iniziata il 20 febbraio, terminerà il 19 luglio 2026 ai Mercati di Traiano.
La notte dei record a New York
Il 18 maggio 2026 resterà negli annali del mercato dell’arte. In meno di quaranta minuti Christie’s ha venduto sedici opere dalla collezione del compianto magnate dei media S.I. Newhouse per la cifra complessiva di 630,8 milioni di dollari, ben oltre la stima iniziale di 450 milioni. Una serata da 1,1 miliardi totali, tra le migliori nella storia della casa d’aste londinese fondata 259 anni fa.
Il lotto più conteso era il grande dipinto “drip” di Jackson Pollock Number 7A (1948), aggiudicato per 181,2 milioni di dollari, quasi tre volte il precedente record dell’artista, dopo una battaglia di oltre sessanta rilanci in dieci minuti, con cinque offerenti in campo. Ma è stata la Danaïde di Brâncuși, stimata 100 milioni, a catalizzare l’attenzione del mondo dell’arte: partita da una base d’asta di 82 milioni (già superiore al precedente record assoluto dello scultore di 71,2 milioni, stabilito sempre da Christie’s nel 2018), la testa bronzea con patina bruna e foglia d’oro è stata aggiudicata a 93 milioni al martello, 107,6 milioni con le commissioni.
Newhouse aveva acquistato quell’opera nel 2002, sempre da Christie’s, per 18,2 milioni di dollari — allora record mondiale per Brâncuși. In ventiquattro anni, la scultura aveva quasi sestuplicato il suo valore. Non male per un contadino dell’Oltenia che all’inizio del Novecento aveva percorso a piedi parte del cammino da Bucarest a Parigi.
Per promuovere la vendita, Christie’s aveva ingaggiato Nicole Kidman in un video ispirato a un film degli anni Trenta di Man Ray con Lee Miller, in cui l’attrice interagisce con il bronzo dorato.
«Brâncuși era un tale innovatore moderno», aveva spiegato Sara Friedlander, responsabile dell’arte postbellica e contemporanea della casa d’aste, «e quindi pensavamo che fare cose innovative attorno a oggetti straordinari fosse qualcosa che anche noi volevamo sperimentare».
A Roma, le radici dell’infinito
Lontano dai riflettori del mercato, in un contesto radicalmente diverso, Roma offre da febbraio un’occasione altrettanto rara: vedere Brâncuși non come icona dal valore finanziario stratosferico, ma come artista con una storia, delle radici, un metodo. La mostra Constantin Brâncuși. Le Origini dell’Infinito, ospitata ai Mercati di Traiano e ai Musei dei Fori Imperiali fino al 19 luglio 2026, è stata concepita dal curatore Erwin Kessler, direttore del Museo Nazionale d’Arte della Romania, come una vera e propria archeologia del genio: un tentativo di risalire alle sorgenti di quella rivoluzione formale che ha cambiato per sempre il corso della scultura moderna.
L’esposizione nasce nell’ambito dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026, promosso dall’Ambasciata di Romania e realizzato con il sostegno dei ministeri della Cultura e degli Affari Esteri dei due Paesi, sotto l’Alto Patronato dei rispettivi Presidenti. Un progetto diplomatico e culturale di ampio respiro, che ha trovato nella figura di Brâncuși, nato nel 1876, morto a Parigi nel 1957, nel pieno della sua consacrazione internazionale, il simbolo ideale per celebrare i legami tra due nazioni unite da una comune radice latina.
Due tradizioni, una visione
Il cuore dell’esposizione è un’ipotesi tanto semplice quanto feconda: le forme pure e apparentemente atemporali di Brâncuși non nascono dal nulla, ma affondano le radici in due tradizioni culturali precise e apparentemente opposte: quella arcaica dell’Oltenia, sua terra d’origine nella Romania meridionale, e quella della scultura romana antica, studiata durante gli anni di formazione a Parigi e a Roma come modello di perfezione formale.
Da un lato c’è la pratica contadina dell’intaglio diretto del legno. I maestri artigiani dell’Oltenia lavoravano la materia con le proprie mani, senza intermediari, scoprendo la forma nel blocco stesso di legno o pietra. Brâncuși adottò questo metodo, la cosiddetta taille directe, come principio estetico ed etico insieme: l’opera finale conserva il segno del lavoro fisico dell’artista, la sua presenza corporea nel processo creativo. Non più lo scultore ottocentesco che affida l’esecuzione ad artigiani su progetto, ma l’artefice totale, unico autore dall’idea alla rifinitura. Un approccio che trasmise, tra gli altri, al suo caro amico e vicino di bottega a Montmartre, Amedeo Modigliani.
Dalla tradizione artigiana olteniana discendono anche i riferimenti formali della famosa Colonna senza fine: la colonna lignea torsa e modulare, la torsade, elemento decorativo tipico dell’architettura popolare di quella regione. Ai Mercati di Traiano saranno esposti esempi storici di queste colonne, realizzati da anonimi intagliatori contadini e provenienti dalla collezione del Museo e Centro d’Arte di Târgu-Jiu, la città in cui si trova il grande complesso monumentale che Brâncuși progettò tra il 1937 e il 1938.
Dall’altro lato c’è Roma: la scultura romana antica, con la sua capacità di estrarre dall’individualità del volto un’essenza universale e duratura. La mostra introduce questo filone attraverso opere meno note ma fondamentali nel percorso dell’artista: Testa di ragazzo e Torso, direttamente ispirati alle gallerie di ritratti della scultura romana. Il Torso, una mezza coscia in marmo, fu concepito intenzionalmente come un frammento apparentemente (ma perfettamente) spezzato di una presunta Venere antica, accompagnato dalla testa volutamente grezza di una Danaide.
Ed è qui che la coincidenza con l’asta di Christie’s acquista il suo pieno significato: la Danaïde che ha appena stabilito il record mondiale è la versione matura di quella stessa ricerca. Brâncuși presentava spesso le proprie opere come se fossero reperti di scavi contemporanei a Roma o in altre città dell’Impero Romano. Un gioco raffinato tra autenticità e finzione, tra arcaismo e modernità.
Dal simbolismo all’astrazione
La mostra segue poi l’evoluzione dell’artista verso la sintesi modernista che lo ha reso celebre nel mondo. Opere come Mademoiselle Pogany, il ritratto di una giovane ungherese che divenne una delle immagini più iconiche dell’avanguardia europea, e il quasi astratto Prometeo mostrano come Brâncuși abbia progressivamente distillato la figura umana fino alla sua essenza geometrica. La Sedia della serie della Tavola del Silenzio, parte del complesso monumentale di Târgu-Jiu, rappresenta l’approdo a una forma pura capace di contenere, nella sua semplicità, un intero universo simbolico.
La Preghiera, opera monumentale dalla potenza quasi paleocristiana, è presentata come il grande snodo narrativo dell’esposizione: il punto in cui la figurazione simbolica cede il passo all’astrazione essenziale, in cui il realismo si trasforma in arcaismo e la rappresentazione concreta diventa estrapolazione spirituale.
Un’eredità senza fine
La mostra ai Mercati di Traiano è organizzata dalla Sovrintendenza Capitolina con l’Ambasciata di Romania e il Museo Nazionale d’Arte della Romania, in partenariato con il Museo d’Arte Nazionale di Craiova e il Museo Distrettuale Gorj “AlexandruȘtefulescu”, con il supporto tecnico di Civita Mostre e Musei Spa e Zètema Progetto Cultura. La cornice (le mura e le volte di un mercato romano del II secolo d.C.) non potrebbe essere più appropriata per una mostra che racconta proprio il dialogo tra l’antichità romana e la modernità assoluta.






