Amministrative 2026: chi ha vinto? chi ha perso? perché i dati sull’affluenza continuano a scendere? cosa cerchiamo quando votiamo?
Sessanta virgola uno per cento. Punto. L’affluenza definitiva alle elezioni comunali 2026 si è fermata al 60,1%, in calo di quasi cinque punti percentuali rispetto alla tornata precedente, quando aveva votato il 64,9% degli aventi diritto. Un numero che, letto così, può sembrare decoroso. Ma se ci si ricorda che alle politiche del 2022 si era già scesi al 63,9%, e che alle europee del 2024 si era toccato il 49%, si capisce che siamo di fronte a una tendenza, non a un incidente.
eppure alle comunali il voto è più vicino
E allora viene da chiedersi: come è possibile che le elezioni comunali, quelle dove il voto è più “vicino”, più tangibile, dove il sindaco lo incontri dal panettiere o al bar, continuino a perdere appeal?
La risposta brutale è che gli italiani hanno smesso di credere che il loro voto cambi qualcosa.
Ma c’è di più. Le comunali sono anche quelle dove la lista civica del quartiere presenta il geometra Esposito, il professore di ginnastica in pensione e la cugina dell’assessore. Dove i candidati al consiglio comunale sono così tanti che ciascuno porta in dote almeno quattro parenti, sei colleghi e il dentista. Eppure nemmeno questa rete capillare di obblighi morali familiari riesce più a spostare i numeri.
In Molise si è fermata al 47,7%: meno della metà degli aventi diritto ha ritenuto utile uscire di casa. Non è astensionismo, è un referendum silenzioso sulla classe politica locale.
Le cause sono note e ripetute da vent’anni senza che nessuno ci faccia nulla: sfiducia nelle istituzioni, senso di impotenza, offerta politica percepita come indistinguibile, campagne elettorali che sembrano recite scolastiche. A questo si aggiunge un paradosso tutto italiano: più aumenta il numero dei candidati, meno la gente va a votare. Come se la quantità avesse definitivamente sconfitto la qualità.
un po’ di risultati
Detto ciò, la vita politica va avanti. E i leader politici, quelli che avevano puntato sui cavalli giusti e quelli che sembrano amare visceralmente la sindrome tafazzista, non posso esimersi dal commentare ciò che è accaduto in questi due giorni dentro le urne.
La notizia più attesa era Venezia, e il centrosinistra l’ha persa. Forse molto prima che dentro le urne, ma non sono la pesona giusta per commentare le scelte “simbolliche”. Il senatore Pd Andrea Martella, sostenuto da un campo larghissimo che andava dai riformisti a Rifondazione, non è riuscito a strappare la città al centrodestra: l’assessore uscente Simone Venturini ha vinto con margine, attestandosi al 51%. Una sconfitta che brucia doppio, perché la coalizione progressista aveva investito su Venezia come simbolo e come test.
Il simbolo è rimasto al centrodestra, il test è andato male.
Ancora più netta la disfatta delle opposizioni a Reggio Calabria. Francesco Cannizzaro, vicecapogruppo alla Camera di Forza Italia e coordinatore del partito in Calabria, ha vinto con il 65,6% dei voti, imponendosi sul candidato di centrosinistra Domenico Battaglia, fermo al 24,7%. Una percentuale da regime, non da democrazia vivace. Ma tant’è.
Sul fronte opposto, qualche soddisfazione per il centrosinistra.
Matteo Biffoni si conferma sindaco di Prato per il Campo Largo, mentre il centrosinistra vince a Mantova, Pistoia e Avellino. E a Salerno si consuma il grande ritorno di Vincenzo De Luca: l’ex governatore della Campania, quello delle dirette Facebook in pigiama durante il Covid, torna sindaco nella sua città. Che sia un epilogo o un nuovo inizio, lo dirà il tempo.
A Messina la spunta Federico Basile, il sindaco uscente vicino a Cateno De Luca e al suo movimento Sud chiama Nord: una conferma che il voto locale spesso sfugge alle logiche nazionali e obbedisce a dinamiche tutte sue, spesso intraducibili per chi vive a Roma.
Diverse città, invece, torneranno alle urne il 7 e 8 giugno per il ballottaggio. Agrigento e Arezzo tra le più attese, con sfide ancora aperte e risultati imprevedibili.
i commenti dei leader politici
Le reazioni dei leader hanno seguito copione.
Giorgia Meloni ha augurato buon lavoro ai sindaci eletti, aggiungendo un post scriptum che vale più dell’augurio: “E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani”. Una frase che è già un titolo (anzi, grazie del suggerimento), già uno slogan, già la sintesi perfetta di come questo governo abbia trasformato la resilienza elettorale in identità politica.
Elly Schlein ha rivendicato i risultati in Toscana e in Emilia-Romagna, sottolineando che “quando siamo uniti come campo progressista siamo competitivi”. Il che è vero, ma non cambia il fatto che le città più simboliche di questa tornata le ha vinte il centrodestra.
Matteo Renzi ha preferito la cautela: “Per capire chi avrà vinto e perso occorrerà aspettare i ballottaggi”. Traduzione: al momento non ho molto da esultare, ma chi lo sa tra quindici giorni.
Intanto il vero vincitore di queste elezioni, quello silenzioso e non intervistabile, è il divano di casa.
Quaranta italiani su cento lo hanno scelto. Senza rimpianti.



