L’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda ha già superato mille casi. L’OMS ha dichiarato l’emergenza internazionale. Due cooperanti italiani rientrati dall’Uganda sono risultati negativi. Ecco cosa sappiamo
In meno di un mese quello che sembrava un focolaio circoscritto nella provincia dell’Ituri, nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, è diventato la più grave emergenza sanitaria globale del 2026. I dati aggiornati al 25 maggio parlano chiaro: 105 casi confermati e 906 casi sospetti nella sola RDC, con 223 morti tra i casi sospetti e 10 tra quelli confermati. In Uganda i casi confermati sono sette, con un decesso. Il totale complessivo di casi sospetti e confermati ha già superato quota 1.000.
La velocità della diffusione è impressionante.
Il 5 maggio 2026 l’OMS veniva allertata di un focolaio di malattia ad alta mortalità nella zona sanitaria di Mongbwalu. Il 15 maggio, dopo le analisi di laboratorio condotte dall’Institut National de Recherche Biomédicale di Kinshasa su campioni provenienti dalla zona di Rwampara, veniva identificato il colpevole. Il virus Bundibugyo, una variante rara del ceppo Ebola. Solo due giorni dopo, il 17 maggio, interveniva il Direttore Generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus. Dichiarandola “emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale” (PHEIC), la massima allerta prevista dal Regolamento Sanitario Internazionale, pur precisando che non sono ancora soddisfatti i criteri per una pandemia.
La diffusione geografica si è allargata rapidamente: nella sola RDC sono colpite tre province, Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. In Uganda, cinque dei sette casi confermati sono collegati direttamente ai primi due pazienti arrivati dalla RDC. Un cittadino americano impegnato nella cura dei malati in Congo è risultato positivo ed è stato trasferito in Germania per le cure.
Il virus Bundibugyo: perché è più difficile da combattere
Non tutti i ceppi di Ebola sono uguali. La stragrande maggioranza dei progressi scientifici degli ultimi anni, incluso il vaccino Ervebo approvato nel 2019, riguarda il ceppo Zaire, il più diffuso e studiato. Quello che circola oggi nella RDC è il ceppo Bundibugyo, identificato per la prima volta nel 2007 nel distretto ugandese che gli ha dato il nome e comparso una seconda volta nel 2012 a Isiro, nella stessa RDC.
Contro il Bundibugyo non esiste alcun vaccino approvato né terapia specifica. I tassi di mortalità registrati nei due precedenti focolai si sono attestati tra il 25% e il 50%. Esiste la possibilità teorica di utilizzare Ervebo anche contro questo ceppo, ma uno studio sugli animali ha mostrato solo un’efficacia parziale, e restano dubbi sia sull’effettiva protezione sia sulla sicurezza di un vaccino progettato per un agente virale diverso.
“Il vero dramma è la letale combinazione che spesso si crea nelle malattie infettive: quella tra virus, fragilità istituzionali e crisi umanitarie”. Così Ivan Gentile, professore ordinario di malattie infettive all’Università di Napoli Federico II, intervistato stamattina da La Stampa. Una formula che descrive con precisione il contesto in cui il Bundibugyo sta dilagando.
Un focolaio in zona di guerra
L’epicentro dell’epidemia, la provincia dell’Ituri, è una delle regioni più instabili del continente africano. Ricca di giacimenti d’oro, è martoriata da decenni da conflitti armati interetnici che hanno provocato decine di migliaia di morti e milioni di sfollati. In questo contesto la risposta sanitaria si scontra con ostacoli che la scienza da sola non può superare.
Nei giorni scorsi la tensione è esplosa in forme drammatiche: folle inferocite hanno attaccato le strutture mediche a Mongbwalu e incendiato un centro di isolamento a Rwampara. Il motivo scatenante era il rifiuto delle autorità sanitarie di restituire i corpi delle vittime alle famiglie, per impedire i funerali tradizionali, cerimonie che prevedono il lavaggio e il contatto diretto con la salma, uno dei principali vettori di trasmissione del virus. Durante gli assalti, decine di pazienti in isolamento sono fuggiti, scomparendo nel tessuto urbano e rurale con il rischio di propagare il contagio.
“Ebola è una malattia che può essere controllata”, spiega Ivan Gentile, docente di malattie infettive presso l’Università di Napoli Federico II. “Ma per farlo servono una sanità territoriale forte, un tracciamento rapido, l’isolamento e, soprattutto, la fiducia delle comunità nel sistema. Se mancano queste condizioni, anche un virus che conosciamo torna a essere devastante.” Nell’est del Congo la fiducia nello Stato e nelle organizzazioni internazionali è ai minimi storici, erosa da decenni di abbandono e aggravatasi con i tagli ai finanziamenti internazionali per la salute globale.
Il caso italiano: l’allarme rientrato di Milano
Il 25 maggio 2026 l’Italia ha vissuto la sua prima prova sul campo.
Due cooperanti, una donna di 33 anni e un uomo di 31, entrambi missionari comboniani rientrati dalla zona dell’Uganda al confine con Congo e Ruanda dopo tre mesi di volontariato, sono atterrati a Malpensa con un volo da Addis Abeba. Poco dopo il rientro nei rispettivi comuni di residenza nel Comasco, Lurate Caccivio e Bulgarograsso, hanno manifestato febbre molto alta, vomito, diarrea e sintomi neurologici. È scattato il protocollo di emergenza nazionale per i casi sospetti di Ebola: trasferimento in isolamento all’ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento nazionale per le malattie infettive ad alto rischio, sorveglianza sui familiari, coinvolgimento del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Istituto Spallanzani di Roma e dell’HSC della Commissione europea.
La sera dello stesso giorno l’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso ha comunicato i risultati degli esami virologici: negativi per Ebola, negativi per malaria e per i principali virus respiratori monitorati. I due pazienti sono risultati positivi alla Shigella, un batterio responsabile della shigellosi, una severa infezione intestinale contagiosa ma del tutto gestibile con i mezzi a disposizione del sistema sanitario italiano. Il Ministero della Salute ha confermato: “Il rischio in Italia resta molto basso.”
L’America si sfila: le conseguenze globali dei tagli di Trump
Sullo sfondo dell’emergenza si staglia una questione politica che preoccupa gli esperti di sanità pubblica di tutto il mondo: il progressivo disimpegno degli Stati Uniti dalla governance sanitaria globale. Il ritiro dei fondi americani all’OMS rischia di provocare ritardi nella condivisione dei dati epidemiologici e di limitare la partecipazione degli Stati Uniti al tracciamento dei contatti delle persone infette. A questo si aggiunge lo smantellamento dell’USAID, l’agenzia che aveva svolto un ruolo fondamentale nel contenimento delle precedenti epidemie di Ebola attraverso la costruzione di reti di sorveglianza epidemiologica. I CDC, i Centri statunitensi per il controllo delle malattie, sono praticamente senza direttore permanente dall’insediamento di Trump, e una direttiva della sua amministrazione impedirebbe ai ricercatori del National Institute of Allergy and Infectious Diseases di comunicare direttamente con l’OMS, escludendoli di fatto dalle discussioni globali sulle epidemie virali.
È legittimo chiedersi quanto questi tagli abbiano già influito sui ritardi nella risposta e nella comprensione di ciò che stava accadendo sul campo nelle settimane precedenti la dichiarazione ufficiale del focolaio.
C’è rischio pandemia? Cosa dicono gli esperti
L’OMS ha chiarito esplicitamente che l’epidemia attuale non soddisfa i criteri per essere classificata come emergenza pandemica. Questa è una distinzione importante. Una PHEIC segnala che un evento è straordinario, che il rischio di diffusione internazionale è reale e che è necessaria una risposta coordinata. Non implica che il virus stia per invadere il pianeta.
Ebola, incluso il ceppo Bundibugyo, si trasmette esclusivamente per contatto diretto con sangue, saliva, urina o vomito di una persona infetta e sintomatica, o attraverso il contatto con le salme. Non si trasmette per via aerea. Questo limita strutturalmente le possibilità di diffusione in contesti con sistemi sanitari efficienti e protocolli di isolamento funzionanti.
“Il rischio globale è basso, mentre quello regionale africano è concreto e altissimo”, spiega Gentile. “I sistemi sanitari europei hanno capacità diagnostiche e protocolli completamente diversi, quindi i rischi per il nostro Paese sono estremamente bassi”. Il caso di Milano, con il rientro, il riconoscimento dei sintomi, l’isolamento e la diagnosi avvenuti nel giro di poche ore, dimostra concretamente che la macchina funziona.
Il vero rischio, avverte l’infettivologo, è un altro: “Il rischio reale è quello di ignorare le epidemie finché non diventano crisi internazionali. La diffusione del virus segue le linee della povertà, dei conflitti e delle migrazioni forzate. La nostra sicurezza sanitaria globale dipende direttamente dalla stabilità politica e dagli investimenti nei sistemi sanitari di quelle popolazioni”.
Questa è forse la lezione più importante che l’epidemia del 2026 sta già consegnando al mondo: la sicurezza sanitaria è un sistema globale interconnesso, e l’indebolimento di uno dei suoi nodi non rimane mai confinato alla sola area geografica colpita. “Le malattie infettive ci ricordano che viviamo in sistemi interconnessi. Quello che accade in una foresta africana, in un posto remoto del pianeta o in una periferia fragile, può avere conseguenze globali”, conclude Gentile. La pandemia di Covid-19 avrebbe dovuto insegnarcelo in modo definitivo. Ma, come nota l’esperto, la memoria umana è corta.



