Quattro braccianti afghani muoiono carbonizzati in un distributore di benzina sulla statale jonica. Volevano soltanto essere pagati. Dietro la strage, la catena invisibile che porta il frutto dai campi al supermercato e ci interroga come consumatori
Lunedì mattina, intorno alle tredici, un minivan si è fermato alla stazione di servizio di Amendolara, piccolo comune sulla costa jonica della Calabria. Dentro c’erano cinque braccianti afghani, diretti verso la Piana del Metapontino per raccogliere fragole. Non ci sono mai arrivati.
Due uomini si avvicinano al veicolo. Prima uno, poi l’altro, bloccano le portiere dall’esterno facendo forza con le braccia. Dal portellone posteriore li innaffiano con la benzina: nemmeno il peggior film pulp sarebbe potuto arrivare a tanto. Poi un accendino. Le immagini della videosorveglianza mostrano la fiammata che si alza in pochi secondi. Quattro uomini muoiono carbonizzati all’interno. Il quinto, Taj Mohammad Alamyar, riesce a rompere un finestrino (una capocciata, scriveranno in molti) e a fuggire. Ha le braccia fasciate per le ustioni. Davanti alle telecamere del TGR Calabria mima la scena con i gesti: “Benzina, accendino, e poi boom”.
La motivazione? Ancora più terribile del gesto: “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì, ma i soldi no. Volevamo un contratto. Invece ci hanno dato fuoco.”
I due fermati nella notte, due cittadini pakistani, accusati di omicidio plurimo aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà, erano i loro caporali. L’innesco della strage è una disputa su cinque euro: la tariffa quotidiana per il trasporto che i caporali pretendevano di trattenere dallo stipendio già misero dei braccianti. Le vittime si erano rifiutate di pagare. Qualcuno di loro aveva osato chiedere un contratto regolare, la normalità di un rapporto di lavoro che li rendesse persone e non ombre.
Fantasmi sulla statale 106
Amendolara è un nome che torna e ritorna. La statale 106 ionica, la strada più pericolosa d’Italia, che conta i suoi morti anche per incidenti stradali, è il corridoio di questa economia parallela. Lungo di essa si muovono ogni giorno migliaia di braccianti stranieri che percorrono la striscia di terra tra la Sibaritide e la Piana di Sibari, poi oltre verso il Metapontino in Basilicata, raccogliendo quello che le stagioni impongono: arance, pesche, fragole. Vivono in casali fatiscenti, in letti a castello condivisi per i quali pagano da cento a centocinquanta euro al mese.
Non è la prima strage. A ottobre 2025, sempre sul Metapontino, un’auto di braccianti si è scontrata con un autocarro sulla statale 598: quattro indiani morti. Quell’incidente aprì un’inchiesta della Procura di Matera che smontò uno dei tanti sistemi di reclutamento forzato della zona. La macchina si era inceppata. Era bastata qualche settimana per rimetterla in moto.
| 230.000 lavoratori agricoli sfruttati in nero in Italia | 1 su 4 braccianti italiani lavora senza contratto (Istat) | 800 mln € evasione contributiva stimata nel settore agricolo |
Il sistema: una guerra tra poveri
Il caporalato nel Cosentino e nel Metapontino ha assunto una fisionomia precisa, con un sistema di intermediazione gestito prevalentemente da immigrati pakistani nei confronti di altri immigrati. Di etnie diverse: afghani, indiani, africani. Le comunità più radicate, come quella albanese o polacca, si sono in larga parte affrancate da questo meccanismo. Restano i nuovi arrivati, i più vulnerabili, quelli per cui il permesso di soggiorno è ancora una speranza.
Il caporale non è solo chi recruta. È l’intero ecosistema della sopravvivenza: fornisce l’alloggio, organizza il trasporto, intermedia con i datori di lavoro agricoli, trattenendo una quota su tutto. Il sopravvissuto ha raccontato agli inquirenti che i due fermati minacciavano i braccianti con pistole e coltelli per costringerli a lavorare. Secondo alcune ricostruzioni, i braccianti versano fino a seimila euro ad altri connazionali per ottenere il “diritto” a lavorare nei campi, più tre euro al giorno per il posto letto.
Quanto costano le fragole che mangiamo
La domanda che resta sospesa, dopo ogni strage, arriva direttamente sulel nostre tavole. Quegli uomini stavano andando a raccogliere le fragole che avremmo comprato noi. Il prezzo del chilo di fragole al supermercato include una catena che vale la pena guardare in faccia.
| Bracciante | Raccoglie tutto il giorno per 10, 12, fino a 14 ore nei periodi di punta | 20–30 €/giorno |
| Caporale | Trattiene quota su trasporto, alloggio, reclutamento | + 5–10 €/die |
| Azienda agricola | Cede alla GDO che impone i prezzi al ribasso | 0,40–0,80 €/kg |
| Grande distribuzione | Markup, logistica, distribuzione, esposizione | 1,50–2,50 €/kg |
| Consumatore | Acquista al supermercato, spesso senza leggere la provenienza | 2,50–4 €/kg |
I margini della grande distribuzione schiacciano verso il basso il prezzo riconosciuto ai produttori, che a loro volta scaricano il costo sul lavoro. Il bracciante, all’inizio della catena, lavora per due euro l’ora, in alcuni casi meno. In alcuni casi per “acqua e un panino e basta”, come ha documentato l’Osservatorio Placido Rizzotto della FLAI-CGIL.
Il quadro normativo: la legge c’è, l’applicazione manca
Nel 2016 l’Italia ha approvato la legge 199, nota come «legge anticaporalato», che ha inasprito le pene e introdotto la responsabilità dei datori di lavoro. Da allora, su 260 inchieste avviate in tutta Italia, solo 15 hanno riguardato lavoratori italiani. Il tasso di irregolarità nel settore agricolo è al 17,6% secondo l’Istat, ma nelle regioni del Sud (Puglia, Sicilia, Campania, Calabria) sale al 40%. Il fenomeno copre 405 aree censite in tutta la penisola.
La legge del 2016 fu approvata dopo la morte di Paola Clemente, 49 anni, bracciante pugliese morta di fatica nei vigneti. Oggi si discute dopo la morte di quattro afghani bruciati vivi. La distanza tra le due storie è di dieci anni e niente.
La rivolta delle coscienze che non arriva
Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della CEI, ha parlato di «silenzio sporco delle convenienze» e ha invocato una «rivolta delle coscienze». Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, ha postato sui social il video delle ultime ore di vita dei quattro braccianti. I due fermati sono in carcere. Gli investigatori cercano un terzo uomo, un certo «Kassan», figura chiave nel reclutamento tra la costa jonica e il Metapontino.
Quella dei braccianti agricoli migranti è la storia di fantasmi nelle mani di altri fantasmi. Invisibili, ma indispensabili. La loro invisibilità è strutturale: senza permesso di soggiorno non protestano. Senza contratto non denunciano. Senza nome sui giornali, finché non muoiono.
Le fragole arriveranno lo stesso nei supermercati questa settimana. Costeranno due euro e cinquanta, forse tre. Sul cartellino non c’è scritto il nome di Taj Mohammad, che ha le braccia fasciate e ha visto bruciare i suoi compagni. Non c’è scritto il nome degli altri quattro. Non c’è scritto quanto hanno guadagnato a giornata, né quanto hanno pagato per dormire, né quanto per il trasporto verso quel distributore di benzina sulla statale 106.
C’è scritto solo il prezzo.



