Populismo nuovo Prozac? Il trionfo dei tribuni del popolo

Come la depressione collettiva potrebbe spiegare il trionfo dei tribuni del popolo, e perché nessuno sembra voler guarire

Esiste una domanda che i politologi si pongono da almeno un decennio, solitamente dopo la terza birra: perché milioni di persone votano per chi promette di farle stare peggio, ma le fa sentire meglio? La risposta, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Political Psychology, potrebbe risiedere in un luogo inaspettato: il manuale diagnostico dei disturbi mentali.

La tesi, enunciata con la cautela accademica che si addice a chi vuole tenere la cattedra, è la seguente: i sintomi depressivi e il voto populista potrebbero non essere fenomeni paralleli, ma strettamente correlati. In parole povere, più una società è depressa, più vota per qualcuno che le urla contro le élite. Il che, se ci pensate, ha una sua logica brutale: quando stai davvero male, l’analisi costi-benefici di lungo periodo ti interessa pochissimo, mentre qualcuno che condivide la tua rabbia ti sembra finalmente capire come ti senti.

La farmacia elettorale

Per capire la portata del fenomeno, occorre incrociare due curve che negli ultimi venticinque anni hanno fatto la stessa cosa: salire.

La prima è quella del consumo di antidepressivi. Secondo i dati OCSE, il consumo medio nei paesi ad alto reddito è passato da 52 a quasi 70 dosi giornaliere ogni mille abitanti nell’arco di un solo decennio, tra il 2010 e il 2020. Paesi come l’Islanda hanno raggiunto nel 2022 quota 157 dosi per mille abitanti al giorno: quasi una pillolina a persona, ogni giorno, per tutto l’anno. Il Regno Unito si attesta a 138, la Svezia a 115. Negli Stati Uniti, dove i dati OCSE sono più lacunosi, nel 2026 il 16,6% degli adulti dichiara di assumere regolarmente SSRI, gli antidepressivi di prima generazione.

La seconda curva è quella del populismo. Dal Movimento 5 Stelle alle origini grillino-apocalittiche, alla Brexit, a Trump (primo, secondo e potenzialmente terzo), a Orbán, alla Rassemblement National, all’AfD tedesca che ha superato il 20% nei sondaggi nazionali: i partiti classificati come populisti dalle principali survey internazionali hanno quasi ovunque aumentato la propria quota di consenso tra il 2000 e oggi.

Coincidenza? Forse. Correlazione? Probabilmente sì. Causalità? Qui si apre il meraviglioso abisso della scienza politica.

Depressi ma lucidi (anzi, forse più lucidi del solito)

La ricerca pubblicata dall’International Journal of Public Opinion Research (Baum, Druckman, Ognyanova, Lazer, Perlis) offre un dato che dovrebbe inquietare chiunque abbia votato con entusiasmo per qualcosa negli ultimi anni: i soggetti con sintomi depressivi tenderebbero a sostenere i politici populisti in misura maggiore rispetto ai non depressi, con una correlazione particolarmente forte tra gli elettori democratici americani rispetto a Trump e Biden.

Ma c’è un paradosso in agguato. Uno studio pubblicato sempre su Political Psychology, nel 2024 (Bernardi e altri), sostiene che la depressione ridurrebbe l’automatismo del voto di appartenenza: il depresso, in sostanza, pensa di più. Non si fida del partito per inerzia. Valuta. E spesso, nella sua lucidità dolente, trova più convincente chi gli promette di radere al suolo il sistema piuttosto che chi gli propone di riformare l’aliquota fiscale del terzo scaglione.

C’è chi chiama questo “realismo depressivo”. I clinici lo conoscono da decenni: chi è in uno stato depressivo tende a valutare la realtà in modo più accurato dei soggetti non depressi, che invece beneficiano di una serie di illusioni cognitive che li rendono, diciamo, più funzionali ma anche più creduloni. Il risultato pratico è che il depresso guarda lo stato delle cose, conclude giustamente che vanno male, e vota di conseguenza. Il problema è che “di conseguenza” spesso significa: per chi promette la catastrofe come programma elettorale.

Un esperimento naturale di proporzioni continentali

Per capire dove tutto questo porta nella pratica, basta guardare alcuni casi concreti che sembrano usciti da un paper accademico scritto da uno sceneggiatore cinico.

Prendiamo la Germania. L’AfD ha superato il 20% di consenso a inizio 2024, diventando il primo partito in tutti i Länder della ex Germania Est ad eccezione di Berlino. I Länder orientali sono anche quelli con i tassi più elevati di disagio economico e, non a caso, con i tassi più elevati di prescrizione di antidepressivi. Uno studio dell’Erasmus University Medical Centre, pubblicato su PNAS Nexus, ha evidenziato che l’aumento della mortalità a livello comunale (un indicatore robusto di salute della popolazione) è associato positivamente all’aumento del voto ai partiti populisti di destra, ma non a quelli di sinistra. La salute collettiva che degrada produce destra populista. La salute individuale, stranamente, non sembra avere lo stesso effetto: è la sensazione che la comunità stia andando a rotoli, non il proprio malanno personale, a spingere verso i tribuni.

Andiamo in Stati Uniti, dove il fenomeno è stato studiato con la meticolosità di un caso clinico interessante. Durante la presidenza Trump, i ricercatori hanno rilevato come i sintomi depressivi correlassero positivamente con il sostegno al presidente nella misura in cui questi si presentava come “antisistema”, mentre correlavano negativamente con il sostegno a Biden, che il sistema lo incarnava nella postura, nel lessico e nella biografia. Il depresso americano, in sostanza, trovava Trump comprensibile non nonostante il caos, ma a causa del caos: qualcuno che finalmente esprimeva quello che lui sentiva, cioè che tutto stava andando a rotoli e che c’era qualcuno di specifico da incolpare.

E veniamo in Italia, dove il laboratorio è permanente. Il Movimento 5 Stelle ha costruito il suo consenso più alto nei periodi di maggiore sfiducia istituzionale. Fratelli d’Italia lo ha consolidato durante gli anni del Covid e dell’instabilità politica cronica. Non è necessario evocare correlazioni causali: basta osservare che il termometro del disagio e quello del voto populista sembrano leggere temperature simili.

Il problema dello specchio rotto

C’è però un elemento che i ricercatori tendono a sottolineare con crescente preoccupazione, e che trasforma la correlazione da curiosità statistica a problema sistemico.

Uno studio tedesco pubblicato su PLOS ONE nel 2024 (Adena, Huck, WZB Berlin) ha trovato qualcosa di particolarmente scomodo: non solo i depressi votano di più per i partiti populisti, ma il voto populista potrebbe a sua volta ridurre il benessere soggettivo, almeno nei sostenitori nuovi o marginali. In altre parole, si entrerebbe in un circolo che, per restare in metafora farmacologica, ricorda molto l’effetto paradosso di certi sedativi: ti calmano, ma creano dipendenza e, nel lungo periodo, amplificano l’ansia di fondo.

Il populista, in questa lettura, funziona come un antidepressivo che non risolve la chimica cerebrale sottostante ma gestisce i sintomi con sufficiente efficacia da rendere il paziente funzionale quanto basta per tornare alle urne. Il che spiega molto, forse tutto, sulla domanda ricorrente: perché certi leader politici non hanno mai il minimo interesse a risolvere i problemi che denunciano?

La cura che non cura

La ricerca di Mulder e Jorm, pubblicata sul British Journal of Open Psychiatry nel 2023, aggiunge un dettaglio amaramente comico all’intera vicenda: l’aumento della prescrizione di antidepressivi nei paesi OCSE non è risultato associato a una riduzione della prevalenza di tristezza, preoccupazione e infelicità nella popolazione. Più pillole, stessa quantità di male. Quello che invece risulta associato a minori livelli di disagio psicologico è l’Indice di Sviluppo Umano: reddito, istruzione, aspettativa di vita.

Tradotto: la depressione di massa si cura con le politiche pubbliche, non con la fluoxetina. E il populismo, che promette di smontare le politiche pubbliche per restituire il potere al popolo, risolve il disagio nel brevissimo termine con la soddisfazione catartica della rabbia condivisa, lasciando intatta, e spesso peggiorata, la struttura che quel disagio produce.

È, se si vuole essere un po’ sprezzanti, la soluzione più elegante mai trovata a un problema complesso: trasformare la malattia nel suo stesso farmaco.

Una nota finale, doverosamente ipotetica

Va detto con chiarezza che la correlazione non è causalità, che i meccanismi causali ipotizzati da questi studi sono ancora oggetto di dibattito accademico, e che sarebbe scorretto concludere che chi vota per i partiti populisti lo fa perché è depresso, o che chi è depresso debba necessariamente votare populista.

Quello che i dati sembrano suggerire, con la prudenza che si deve a ricerche complesse su fenomeni complessi, è qualcosa di più sfumato e, forse per questo, più inquietante: esiste una convergenza tra stati di malessere psicologico diffuso e preferenze per offerte politiche che promettono rottura, nemici identificabili e soluzioni semplici a problemi complicati. Questa convergenza non spiega tutto, ma spiega abbastanza da rendere la salute mentale collettiva una variabile politicamente rilevante quanto il PIL o il tasso di disoccupazione.

Il che apre una domanda finale, retorica quanto si vuole: se la salute pubblica è la risposta, chi ha interesse a che la domanda rimanga inevasa?

Claudio Dell'Arti
Claudio Dell'Arti
ESPLORATORE DEL MONDO, TRA OLD E NEW MEDIA

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