Persepolis, il mondo di Marjane Satrapi, continua a vivere con le sue opere

Muore a 56 anni la fumettista franco-iraniana. Il dolore per la perdita del marito, si legge nel comunicato della famiglia, non le ha lasciato scampo. Ma quello che ha costruito in vent’anni di lavoro resiste, e pesa

Infine se ne è andata. Il 4 giugno 2026 Marjane Satrapi è morta. Cinquantasei anni, un graphic novel che ha cambiato la percezione occidentale dell’Iran, e un modo di tenere la matita che nessuno aveva visto prima. I familiari hanno comunicato che l’artista è spirata “di dolore” poco più di un anno dopo la scomparsa del marito Mattias Ripa, produttore e sceneggiatore, morto nell’aprile 2025 dopo una lunga malattia. Una fine che sa di racconto, quasi un capitolo conclusivo scritto dalla stessa Satrapi senza volerlo.

Un capitolo che resta. E urla ancora, più di prima.

Un bianco e nero che valeva più di mille colori

Quando tra il 2000 e il 2003 escono i quattro volumi di Persepolis. Histoire d’une femme insoumise, il fumetto francese è già un’arte rispettabile, ma raramente ha parlato di rivoluzioni islamiche, di velate obbligatorie, di una bambina che guarda i carri armati in strada e pensa ancora a Bruce Lee. Satrapi porta nell’industria della bande dessinée, dove era arrivata grazie all’incontro con David B., una storia che nessun europeo avrebbe potuto raccontare: la propria.

Nata a Rasht nel 1969 e cresciuta a Teheran, Satrapi appartiene a una famiglia laica e colta che vive in prima persona il trauma della rivoluzione del 1979 e poi la guerra Iran-Iraq. A quattordici anni i genitori la mandano a Vienna. Poi torna in Iran. Poi, definitivamente, Parigi nel 1994. È quella traiettoria biografica, strappata e ricomposta, a diventare la materia di Persepolis.

Il tratto è apparentemente elementare: campiture nere, figure stilizzate, fondi spesso bianchi o neri puri. È una scelta precisa, non una limitazione. Quella sintesi visiva costringe il lettore a fare il lavoro: a proiettare, a riempire, a partecipare. La semplicità grafica porta con sé una straordinaria densità emotiva. Per milioni di lettori in tutto il mondo, quelle tavole in bianco e nero sono state il primo racconto sull’Iran contemporaneo visto dall’interno, senza mediazioni giornalistiche, senza la distanza del reportage.

L’universale travestito da personale

Il vero colpo di genio di Persepolis è la scala. Satrapi racconta se stessa, la sua famiglia, la sua adolescenza eccentrica tra poster di Kim Wilde e discussioni sul marxismo. Ma così facendo racconta il Novecento, le rivoluzioni tradite, il prezzo della libertà, la condizione delle donne sotto un regime teocratico, la solitudine dell’esilio. Il memoir diventa storia collettiva senza mai alzare la voce.

La critica occidentale ha celebrato l’opera soprattutto come documento politico, e in parte è giusto. Ma ridurre Persepolisa una testimonianza sull’Iran significa perdersi metà del libro. Quella bambina che cerca di conciliare l’identità iraniana con la modernità europea, che sente di non appartenere del tutto a nessun posto, parla a chiunque abbia mai vissuto una soglia, una frontiera, un’identità doppia. Il libro ha venduto oltre due milioni di copie nel mondo ed è stato tradotto in oltre venti lingue: i numeri dicono che quella storia universale ha funzionato.

Dal fumetto allo schermo, senza perdere nulla

Nel 2007 Satrapi porta Persepolis al cinema insieme al regista Vincent Paronnaud. Il film d’animazione, fedele allo spirito dell’opera e coraggioso nel mantenere il bianco e nero, vince il Premio della Giuria a Cannes e introduce l’autrice a un pubblico ancora più vasto. È uno dei rari casi in cui il passaggio dal fumetto al film non è una semplificazione: è un’amplificazione.

Ma l’opera di Satrapi non si esaurisce in PersepolisRicami (2003) è un affresco collettivo e ironico sulle donne iraniane che parlano tra loro di matrimonio, sesso, potere e desiderio, con una libertà che contraddice ogni stereotipo. Pollo alle prugne (2004), premiato ad Angoulême, è un requiem malinconico per un musicista che decide di morire dopo aver perso il proprio strumento: una riflessione sul rapporto tra arte, amore e senso dell’esistenza. Due libri molto diversi tra loro, ma entrambi fondati sulla stessa convinzione che il fumetto possa contenere tutto, anche quello che la letteratura fatica a dire.

L’eredità: un fumetto che prende posizione

Quello che Satrapi lascia non è solo una biblioteca. È una dimostrazione. Ha dimostrato che il fumetto autobiografico può essere letteratura alta senza perdere accessibilità. Ha dimostrato che una donna iraniana poteva diventare una delle voci più ascoltate della cultura europea senza smettere di essere iraniana. Ha dimostrato che il bianco e nero, usato con intelligenza, è più potente di qualsiasi rendering digitale.

Ha anche dimostrato, in un’epoca in cui il dibattito sull’Islam e sull’Occidente tende sistematicamente alla caricatura, che la complessità può essere narrata senza semplificazioni. Non da una posizione neutrale: Satrapi ha sempre preso parte, ha criticato sia il regime degli ayatollah sia il razzismo e la superficialità europei nei confronti dell’Iran e dei suoi cittadini. Ma l’ha fatto con la precisione di chi conosce entrambi i mondi dall’interno.

Oggi l’Iran di cui parlava è ancora chiuso, ancora repressivo, ancora attraversato da proteste che il regime soffoca. Le ragazze che scendono in piazza scandendo “donna, vita, libertà” leggono o hanno letto Persepolis. Non è retorica: è un dato. L’opera di Satrapi è diventata parte del patrimonio visivo di una generazione di donne iraniane che lottano per gli stessi diritti che lei ha raccontato come negati quarant’anni fa.

Cinquantasei anni sono pochi. Ma Persepolis ne ha già percorsi ventisei in libreria, nelle scuole, nelle mani di lettori che non sapevano niente dell’Iran e ne sono usciti sapendo qualcosa di essenziale. Un’opera che continua a lavorare anche adesso che la sua autrice non c’è più: difficile chiedere di meglio a un libro.

Anna De Angelis
Anna De Angelis
Inseguo l'arte in tutte le sue espressioni. Anche quella di critica e di giornalista.

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