Possono essere i djinn, spiriti invisibili che interagiscono con gli uomini, possedendolo o aiutandolo, a mutare il corso delle cose? Kader Abdolah ne è certo: lo racconta ne Il sentiero delle babbucce gialle
Iperborea, 2020, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo
[Het pad van de gele slippers, Prometheus, 2018]
Kader Abdolah, pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani (Arak, 12 novembre 1954), è uno scrittore iraniano naturalizzato olandese. Nato in Iran, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. Ha cominciato a scrivere nella «lingua della libertà», coniugando le tradizioni letterarie di Oriente e Occidente. Ed è diventato uno dei più importanti e amati scrittori di questo paese. Con Scrittura cuneiforme ha conquistato il pubblico internazionale e con La casa della moschea ha ottenuto in Italia il Premio Grinzane Cavour nel 2009. Tra gli altri suoi romanzi, pubblicati in Italia da Iperborea, si ricordano Il viaggio delle bottiglie vuote, Un pappagallo volò sull’IJssel, Uno scià alla corte d’Europa, Il sentiero delle babbucce gialle, Le mille e una notte e Il messaggero.

Da tempo i romanzi di Kader Abdolah mi chiamavano. Ma chissà perché mi sono trovata ad affrontare il primo, Il sentiero delle babbucce gialle, proprio nel momento in cui l’Iran è tornato al centro della geopolitica.
Non mi aspettavo una narrazione attuale, ma all’inizio sono rimasta sconcertata, per vari motivi. Intanto la scrittura: sembra un ricamo, ma di quelli che quando iniziano non capisci dove porteranno. Lo zoccolo d’oro, la torre, il cannocchiale, la struttura da Mille e una notte mi hanno reso difficile entrare in questo mondo sospeso. Quando è successo il romanzo è volato via veloce. L’entrata in scena della cugina Akram Jun, le sue lotte femministe, l’amore per il bandito Hushang Braccio Mozzo sono stati il mio acceleratore.
Coniugare oriente ed occidente è tutt’altro che facile. Abdolah non lo fa: li mette uno accanto all’altro senza confronti, in una concatenazione di eventi che vanno avanti con la trama.
Una trama raccontata dal suo alter ego, Sultan Farahangi, famoso cineasta iraniano rifugiato in una fattoria della campagna olandese, che si immerge nei ricordi per riannodare i fili della sua esistenza e raccontarla in una catena di storie.
Memoria e fiaba, con i djinn, gli spiriti invisibili che condividono la terra con gli uomini, interagendo con loro, possedendolo o aiutandolo, il cinema come scoperta e opportunità. Succede tutto in una città antica che si sta modernizzando: lo scià, nel secondo dopoguerra, decide che Arak deve conoscere la gomma da masticare e il mondo del cinema. L’Iran è ancora Persia, la sua storia si intreccia con quella di Sultan, genitori nobili commercianti di zafferano, che scopre, con il mondo della fotografia e del cinema, il significato della libertà. Dopo il carcere politico riesce a scappare in Europa.
E là, in una campagna olandese fiabesca come la sua terra di origine, riannoda i fili, ritrova i ricami dell’incipit, ricompone la propria esistenza. Lo rileggerei? Non so. Lo consiglierei? Dipende.
Sono contenta di averlo letto, mi ha aperto una finestra su un mondo nuovo. Ma ho come la sensazione di averlo visto attraverso tende molto pesanti, che non hanno fatto passare le emozioni vere, quelle che mi vengono lasciate dai romanzi che fanno parte di me.



