saga cinematografica, 7 film, 1996-2026, Usa
di Wes Craven (ep. 1-4), Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (ep. 5-6), Kevin Williamson (ep. 7)
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette, e poi Melissa Barrera, Jenna Ortega

Una telefonata, una cucina illuminata, una ragazza bionda con un maglione bianco. Era il 1996, e Wes Craven stava per cambiare le regole di un genere che stava morendo.
Lo slasher degli anni Ottanta aveva già detto tutto quello che aveva da dire. Freddy, Jason, Michael Myers: totem dell’orrore seriale, iconici ma ormai stancamente prevedibili. Scream arrivò come scintilla vitale di cui il sottogenere aveva disperatamente bisogno: capace di renderlo nuovamente rilevante, divertente, spaventoso e redditizio. Il trucco era semplice e geniale insieme. I personaggi conoscono le regole dei film horror. Le citano ad alta voce. E poi ci muoiono lo stesso.
Kevin Williamson, sceneggiatore del primo e del secondo capitolo, capisce una cosa che pochi avevano realizzato: la paura funziona meglio quando viene interrogata, non solo subita. E Wes Craven, maestro del genere con decenni di film alle spalle, sa perfettamente come costruire la tensione attorno a quella interrogazione.
L’intuizione più geniale non era la dimensione metacinematografica in sé, ma il suo inserimento dentro uno spietato ritratto generazionale degli anni Novanta: giovani belli da sit-com, figli del benessere ma abbandonati dai padri, incapaci di costruire icone proprie e quindi aggrappati a quelle del passato. Sidney Prescott non è solo una final girl. È il prodotto di un’epoca, e la saga non lo dimentica mai.
Scream 2, uscito un anno dopo, prende di mira i sequel. Scream 3, ambientato sul set del film nel film, porta la meta-narrazione fino al limite dell’autodistruzione. È il capitolo meno riuscito, sovraccarico di idee che non trovano equilibrio, ma resta coerente con l’ossessione della saga di riflettere su sé stessa. Scream 4, nel 2011, attacca i reboot e il politically correct del nuovo horror: è il commiato di Craven, morto poi nel 2015, e porta in dote Emma Roberts come villain e Hayden Panettiere come personaggio da rimpiangere.
Undici anni di silenzio. Poi, nel 2022, arrivano Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett con il quinto capitolo, semplicemente intitolato Scream, e il colpo riesce. Il film affronta la tendenza dei reboot-sequel, i “requels”, in modo diretto, rendendo il titolo stesso parte integrante della satira e mantenendo vivo lo spirito metanarrativo con una riflessione efficace sul fandom tossico. Jenna Ortega e Melissa Barrera portano energia nuova senza cancellare quella vecchia. Sembrava l’inizio di qualcosa.
Scream VI, a New York, spinge sulla violenza e allarga il cast. È meno raffinato del precedente ma funziona, soprattutto per chi si era affezionato alle sorelle Carpenter.
Infine arriva Scream 7, e la storia cambia registro.
Il progetto implode prima ancora di partire: i registi abbandonano per conflitti di programmazione, Melissa Barrera viene licenziata, Jenna Ortega la segue, e Kevin Williamson viene chiamato d’urgenza sia come regista che come sceneggiatore. Neve Campbell torna, Sidney torna, e con lei tornano Stu Macher in forma di deepfake e una serie di fantasmi del passato chiamati a riempire un film costruito in fretta su macerie produttive. Il metacinema non scompare, ma viene spostato ai margini come un rumore di fondo, usato più come espediente che come fulcro.
La critica è spaccata, ma non nel senso buono: spaccata tra chi trova ancora qualcosa di godibile in un capitolo onestamente stanco e chi considera l’intera operazione una resa incondizionata alle pressioni produttive. Una lettura più generosa legge Scream 7 come la saturazione inevitabile di un programma teorico esaurito: l’autodistruzione del mito come ultimo gesto coerente di una saga che ha sempre parlato di sé stessa. È un’interpretazione affascinante, forse più del film che descrive.
Trent’anni dopo quella cucina illuminata, la saga ha ancora il suo pubblico e probabilmente avrà il suo ottavo capitolo. Se valga la pena seguirla fino in fondo dipende da quanto si è disposti ad amare qualcosa anche quando si vede che fatica a stare in piedi. Per chi è cresciuto con Sidney Prescott, la risposta è probabilmente già scritta.



