A inizio giugno, nell’ambito della Marcia per la Pace Roma–Assisi 2026, l’intervento durante il dialogo internazionale sulla pace organizzato dall’Istituto per gli Studi Avanzati e la Cooperazione (IASC) e da “World Changers”: “Da Assisi all’era quantistica, ripensare il mondo attraverso la fraternità”
Autorità, illustri ospiti, cari fratelli e sorelle,
è per me un dono e un onore trovarmi oggi in questa sala, che ha ospitato pagine decisive del dialogo tra gli uomini e tra i popoli. Qui, ad Assisi, dove Francesco ha scelto la povertà come ricchezza e la pace come missione, noi siamo chiamati a fare memoria viva di ciò che è autenticamente umano. E lo facciamo in un tempo che sembra aver smarrito la bussola, ma che forse, proprio per questo, è più assetato che mai di senso.
*
Desidero partire da una domanda che ci interpella tutti, credenti e non credenti: che tipo di uomo vogliamo mettere al centro della tecnologia? Perché non è la macchina a decidere il nostro destino, ma è l’idea che abbiamo di noi stessi a orientare l’uso di ogni strumento. Oggi assistiamo a uno sviluppo vertiginoso dell’intelligenza artificiale, della meccanica quantistica, delle biotecnologie. Eppure, se guardiamo con onestà, ci accorgiamo che il positivismo deterministico che per tre secoli ha inquinato il nostro pensiero è stato smontato proprio dalla fisica dei quanti. La materia e lo spirito, il visibile e l’invisibile, ricominciano a interrogarsi a vicenda.
La Chiesa, forte della sua tradizione bimillenaria, non si accontenta di un approccio etico alla tecnologia. Come ha scritto con chiarezza Papa Leone X nella sua enciclica Magnifica Umanitas, non basta un’etica: occorre un’antropologia viva. Cioè una visione della dignità umana che sia continuamente vitale, capace di rigenerarsi di fronte a ogni sfida. E io credo che questa visione, per noi cristiani, abbia un nome e un volto: Gesù Cristo, l’uomo perfetto, il Figlio che dal Padre riceve eternamente l’amore e lo dona nello Spirito.
Non parlo di una favola, come taluni scienziati vorrebbero ridurre la nostra fede. Parlo di un sapere autentico, che per 1600 anni ha nutrito la civiltà occidentale e che ancora oggi può offrire una chiave di lettura critica anche a chi non crede. Perché la fede non è un ripiego emotivo, è una ragione che si espande all’infinito, che non pone limiti alla ricerca umana, ma che sa dove porre i veri confini: non nella materia, non nella sperimentazione, ma nell’uomo stesso, nella sua libertà e nella sua vocazione all’amore.
*
Cari amici, il cuore del messaggio che vogliamo portare a questo mondo frastornato dai rumori digitali: la civiltà dell’amore, che Paolo VI aveva intravisto come una grande utopia profetica. Oggi essa si contrappone alla volontà di potenza, quella che rischia di usare l’intelligenza artificiale per dominare, per discriminare, per fare guerra. Ma l’amore di cui parla il Vangelo non è un sentimento vago. È l’amore che Gesù comanda: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Questo è un amore che giunge fino al perdono, che rifiuta la vendetta, che non si stanca mai di ricominciare.
Ecco perché, da teologo e da pastore, sento il dovere di proporre una “Pop Theology”. Una teologia che non si chiuda nelle sacrestie, ma che esca nei luoghi dove i giovani vivono: Spotify, Netflix, i social, le piazze virtuali. Perché i giovani oggi non frequentano più le nostre chiese, ma ascoltano canzoni, guardano film, seguono influencer. Allora chiediamoci: possiamo noi, Chiesa, continuare a parlare un linguaggio che loro non capiscono, o dobbiamo imparare a parlare il loro linguaggio per portare loro il messaggio di Gesù?
Prendiamo le canzoni di Sanremo, per esempio. I giovani le ascoltano e spesso vi trovano un riflesso delle loro fragilità: l’amore tossico, la solitudine, l’apparenza. Ma noi possiamo, attraverso quelle stesse canzoni, lanciare un interrogativo: «Questa passione che sentite, vi appaga davvero o vi lascia in una noia più profonda?». E poi mostrare il Crocifisso, che non è un simbolo di sconfitta, ma la plastica rivelazione di cosa sia l’amore vero: dono totale, silenzio che parla, forza che si fa debolezza per salvare.
Oggi i giovani sono sensibili al grido della terra e al grido dei poveri. Vedono l’ingiustizia, sanno che l’80% della popolazione mondiale vive con poche risorse mentre il 20% consuma quasi tutto. Percepiscono il paradosso di una società iperconnessa che genera solitudine. Eppure spesso fuggono, si anestetizzano con il rumore. A loro dobbiamo dire: «Non abbiate paura di togliere le maschere, nemmeno a Dio». Perché molti di loro rifiutano un Dio che viene presentato come guerriero, vendicativo, complice delle occupazioni e delle stragi. Ma non è questo il Dio di Gesù Cristo!
Papa Leone X, nella Magnifica Umanitas, ha compiuto un gesto profetico: ha tolto una grande maschera a Dio, affermando con chiarezza che Dio non ha alcun rapporto con la guerra, il terrore e la violenza. Questo vale per sempre: tutte le volte che nella storia il nome di Dio è stato usato per giustificare violenze, non era Dio, ma un suo idolo. E come ha ribadito Papa Francesco, “usare il nome di Dio per fare violenza è atto satanico”. Allora, fratelli e sorelle, togliamo le maschere anche a noi stessi. Mostriamoci per quello che siamo: creature amate, chiamate a vivere in fraternità.
In questo senso, l’arte e la cultura sono alleati preziosi. La Chiesa è stata la più grande committente di arte, perché l’arte è un linguaggio anteriore alla torre di Babele: un linguaggio universale che parla al cuore. Quando guardiamo il Giudizio Universale di Michelangelo, vediamo un Cristo non giudice impassibile, ma giudice amante, che giudica per salvare. E vediamo Maria Maddalena, l’apostola degli apostoli, icona della speranza che vince il male. L’arte, dunque, è strumento di evangelizzazione e di pace. E la tecnologia, se ben usata, può custodire e diffondere questo patrimonio immateriale che racconta chi siamo.
*
Concludo con un’immagine che mi sta a cuore. In questo incontro abbiamo parlato di ongoing creation, di creazione continua. Ogni essere umano è alimentato da una fonte inesauribile, che è la vita stessa di Dio, che si genera eternamente in relazione di amore. Noi, quando amiamo, quando studiamo, quando abbracciamo, quando tendiamo la mano, non facciamo solo gesti umani, ma partecipiamo a quella corrente divina che sostiene l’universo.
Ecco perché il futuro dell’umanità è impossibile senza la fraternità. Non una fraternità astratta, ma quella che si sperimenta nel volto dell’altro, soprattutto del più povero, del più solo, del più dimenticato: la preghiera non basta se non si traduce in gesti. San Francesco ci insegna che la pace si semina con le mani, con il cuore, con la vita spesa per gli altri.
Torniamo a casa con una convinzione: la pace è possibile, ma solo se ricominciamo da Cristo, che è la via, la verità e la vita. E se qualcuno di voi non condivide questa fede, non importa. Rispetto il suo cammino, ma chiedo di non ridurre la mia fede a una favola. Perché essa, come ho cercato di mostrare, è un sapere che può fecondare anche la ragione più critica. È la certezza che, al di là di ogni algoritmo, ogni potere, ogni conflitto, esiste un Amore che non tramonta e che ci attende a braccia aperte.
Grazie, Assisi, per averci ricordato che siamo tutti fratelli. E che la vera sfida non è con l’intelligenza artificiale, ma con noi stessi: vinceremo se saremo capaci di amarci come Lui ci ha amati.




