serie tv 3 stagioni, 2022 in corso, USA
di Ryan Condal e George R.R. Martin, con Emma D’Arcy, Matt Smith, Olivia Cooke, Ewan Mitchell, Tom Glynn-Carney
HBO/Sky
C’è una frase che ricorre nei romanzi di Martin, ed è quasi un mantra: ogni volta che nasce un Targaryen, gli dei lanciano una moneta. Non perché tutti i Targaryen siano pazzi, ma perché ognuno vive sospeso tra grandezza e autodistruzione, tra il desiderio di governare e l’incapacità di smettere di bruciarsi.

House of the Dragon è costruita interamente su quella moneta. Ed è il modo più onesto per capire cosa sia stata questa serie, stagione dopo stagione.
La prima aveva funzionato come un lungo, prezioso prologo. Rhaenyra giovane, Alicent giovane, una corte ancora intera, un regno che si spacca per una questione di legittimità dinastica. La scrittura era precisa, il cast straordinario. Ci aveva ricordato perché avevamo amato Game of Thrones, di cui è il prequel, prima che ci deludesse, ma aveva ancora il tono di qualcosa che si sta preparando, non di qualcosa che esplode.
La seconda aveva fatto discutere. Il conflitto era finalmente cominciato, ma con la sensazione costante di essere rimandato, distribuito con troppa parsimonia su dieci episodi. Le pedine erano al loro posto, la scacchiera era pronta a esplodere, poi i titoli di coda. Il pubblico aveva reagito male, e non del tutto a torto. Eppure, a riguardarla con calma, restava una stagione solida, ben interpretata, con un Daemon a Harrenhal che divideva ma non lasciava indifferenti.
La terza cambia tutto. O meglio: cambia la sensazione. La guerra non è più un’ombra all’orizzonte. È il presente. La Battaglia del Condotto, già nei primi episodi, è uno degli spettacoli più ambiziosi mai costruiti per la televisione: draghi, flotte, combattimenti su più fronti, tutto gestito con una coerenza visiva che non scivola mai nel caos gratuito.
Ma la cosa che colpisce di più non è la scala produttiva. È il cambio di registro. Per la prima volta, la serie usa la tensione come farebbe un thriller psicologico. La musica smette di sottolineare l’eroismo e inizia a costruire inquietudine. Rhaenyra, interpretata da Emma D’Arcy con una misura che cresce episodio dopo episodio, non è più solo la protagonista di una guerra di successione: è una donna a cui viene chiesto continuamente di dimostrare ciò che a un uomo verrebbe riconosciuto senza sforzo. È un tema già presente nelle stagioni precedenti, ma qui diventa struttura narrativa, non solo sfondo.
Ewan Mitchell, nei panni di Aemond, porta avanti un personaggio che potrebbe facilmente scivolare nel villain bidimensionale e invece resta sempre ambiguo, sempre interessante, sempre capace di sorprendere. Matt Smith è, come sempre, la presenza più elettrica di ogni scena in cui appare.
Dopo due stagioni all’ombra di Game of Thrones, House of the Dragon ha trovato la propria voce. Non è più un prequel che cerca di eguagliare qualcosa di irripetibile. È diventata una serie con una personalità propria, più cupa, più intima nel suo racconto del potere come malattia familiare.
Chi ha aspettato tre stagioni per vedere la Danza dei Draghi davvero in fiamme: l’attesa è finita. Vale ogni puntata rimasta.



