film 111′, 2026, Usa
di Kane Parsons con Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell
Tutto comincia con una foto brutta. Una stanza vuota, moquette gialla, luci al neon, nessuna finestra. Postata su 4chan nel 2019 con una didascalia inquietante, quell’immagine ha generato una delle community online più prolifiche degli ultimi anni. E poi, nel gennaio 2022, un ragazzo di sedici anni di nome Kane Parsons ha aperto Blender, ha ricreato quella stanza in tre dimensioni, e ha caricato su YouTube un video di quattro minuti che ha preso fuoco in pochi giorni: venticinque milioni di visualizzazioni, A24 che bussa alla porta, un film in cantiere.

Parsons diventa così, a soli vent’anni, uno dei registi più giovani ad aver mai guidato una produzione di studio. È una storia di per sé degna di un film, e vale la pena tenerla a mente mentre si guarda Backrooms, perché spiega molto di quello che funziona e di quello che non funziona. L’ex prodigio di YouTube Kane Parsons, prodotto da A24, trasforma con successo la celebre creepypasta in un horror psicologico.
La storia segue Clark, un architetto mancato che vende mobili in uno showroom della Silicon Valley degli anni Novanta e va in analisi dalla dottoressa Mary Kline. Una notte, cercando di risolvere un blackout, trova un passaggio nel muro. Al di là: corridoi infiniti, scale che non portano da nessuna parte, oggetti familiari ammassati come dopo un’apocalisse. Clark vuole esplorare. Mary finirà per seguirlo.
La paura sorge dall’immobilità in luoghi familiari ma senza vita, diventati il simbolo di un’epoca recente ormai passata. È questa l’intuizione centrale di Parsons, già nella serie YouTube e ancora più evidente nel film: le Backrooms non spaventano perché sono mostruose, ma perché sono ordinarie. Uffici dismessi, corsie di centri commerciali chiusi, sale d’attesa senza fine. Spazi che tutti abbiamo attraversato, da cui improvvisamente non si riesce più a uscire.
L’estetica analogica della serie, tutta granulosità VHS e bianchi bruciati, viene trasportata nel film con intelligenza. Parsons non rinuncia alla sua cifra visiva per compiacere la produzione, e A24, notoriamente, lascia lavorare. Il risultato è un horror che la critica di Sentieri Selvaggi descrive come un luogo in cui si entra facilmente ma da cui, narrativamente, la storia fatica a trovare un’uscita soddisfacente.
È sull’uscita che il film mostra i suoi limiti. La tensione dei corridoi è costante e ben costruita. Ma la sceneggiatura, firmata da Will Soodik, non riesce sempre a sostenere il peso di novantacinque minuti di lungometraggio con la stessa intensità dei quattro minuti originali. Alcune sequenze sembrano dilatarsi più del necessario, e il finale lascia qualcosa di irrisolto che non è solo ambiguità voluta.
Chiwetel Ejiofor porta al personaggio una fragilità credibile, quella di un uomo già smarrito prima di attraversare qualsiasi porta. Renate Reinsve, dopo il successo di La persona peggiore del mondo, conferma di saper stare dentro una storia senza avere bisogno di dominarla.
Su Rotten Tomatoes 285 critici esprimono un indice di gradimento dell’88%, su Metacritic un voto medio di 77 su 100. Numeri solidi, per un film che divide leggermente: chi conosce la serie YouTube probabilmente ne coglierà di più, chi ci arriva da zero potrebbe trovarsi spaesato in senso meno piacevole di quanto il regista intendesse.
Vale la sala, soprattutto per chi ha mai perso qualche minuto a fissare quella moquette gialla su uno schermo, chiedendosi da dove venisse quell’ansia. Parsons sa da dove viene, e lo sa mostrare.



